Cosa c’è di affascinante, nella scrittura? Cosa ci cattura, in una storia, per non riuscire, manco se ci chiamano a tavola che il pranzo è pronto, a scollare gli occhi e l’attenzione da quelle righe di parole stampate o digitalizzate che possano essere?
Non le due domande con cui pensavo di riesumare questo blog – io, ché Midori avrebbe sicuramente iniziato quest’articolo con qualcosa di molto più intelligente. Ma sono due domande che da imbrattacarte sfaticata – quale il furbo sottotitolo di questo blogghettino (e io e Midori ne andiamo fiere, va detto) – non posso fare a meno di pormi.
E la mia risposta a queste due domande è: non lo so. Da che ho mosso i miei primi passi nel mondo della lettura, non ho ancora la più pallida idea di cosa mi spinga a leggere una storia piuttosto che un’altra, a non mollare un romanzo fino alla fine anche se, dalle premesse, la trama mi farebbe cadere le braccia.
Tempo fa, credevo che la risposta fosse scontata: mi piacciono i romanzi gialli, leggerò solo quelli; mi piacciono le ambientazioni fantasy, scriverò solo di quelle. Ma è andata a finire che, sulla mensola della mia cameretta, accanto ai casi di Agatha Christie e alla saga in mondi paralleli (e qualche porta magica di troppo) di Ulysses Moore si sono aggiunte le storie d’amore di Anna Zarlenga e i racconti dell’orrore di H.P. Lovecraft, e mi sono accorta che nella mia libreria scarseggiano i romanzi d’ambientazione fantastica post-Le lame di Myra. Questo perché in vent’anni le mie abitudini di lettura sono cambiate, una cosa che non avrei mai ritenuto possibile – mi piacciono anche i romanzetti stucchevoli in cui i protagonisti convolano a giuste nozze! Ommioddio! La me novenne mi darebbe un calcio nelle caviglie e correrebbe via terrorizzata – così come, appunto, non avrei mai ritenuto possibile che altro, oltre ad ambientazioni misteriose e omicidi da risolvere, sarebbe mai riuscito ad appassionarmi altrettanto, a tenermi incollata alle pagine di un romanzo fino alle tre di mattina. Ed eppure è successo!
Mettendo sotto la lente d’ingrandimento i romanzi presenti nella mia libreria attuale, a fare un confronto tra quelli che mi hanno appassionata e quelli che ho trovato non particolarmente riusciti – fino ad uno la cui utilità si è infine risolta nel fornirmi un utile supporto per il caviardage – il succo della questione – e la risposta alle due domande con cui ho aperto questo delirio, più che articolo con capo, coda e un corpo ben definito nel mezzo – si può ridurre benissimo a una manciata di fattori, elementi presenti in tutte quelle storie che, su pagina stampata o a schermo, mi hanno tenuta sveglia fino al giorno dopo (con buona pace del mio sonno arretrato). Vediamo quali sono.
Una trama che regge: dal ritorno a casa dei protagonisti in Viaggio al centro della Terra, al racconto di una vita ne Il rumore dei tuoi passi, passando per una serie di episodi squinternati come in Le avventure della giovane Laura o gli sforzi dei protagonisti per risolvere il caso di Inviato a giudizio, la pagina si volta con piacere. L’avventura epica o ai limiti dell’epico non è il comune denominatore, non c’è sempre una corsa all’ultimo minuto e/o un piano dei cattivi da sventare: che sia ambientata a Shangri-La, nella Londra vittoriana o in mezzo ai Sassi di Matera, alle volte l’avventura consiste semplicemente nel percorrere il tragitto da casa al parco e viceversa – purché tutto ciò abbia un senso. Finché la trama non svirgola nell’esagerato per il gusto dell’esagerazione stessa, o solo per far vedere quanto si è bravi ad inanellare un evento illogico dopo l’altro, finché la logica ha il suo posto – sì, anche in un fantasy – e non mi viene da lanciare il romanzo dalla finestra perché fatto trenta, l’autore o autrice ha deciso di saltare direttamente a quarantadue, sono capace di sciropparmi davvero di tutto. Ma con le dovute eccezioni, relative a:
Personaggi interessanti: che siano prismi di sfaccettature psicologiche o si fermino al minimo sindacale di personalità, fintantoché ne hanno, di personalità, allora sì che mi sciroppo davvero, ma davvero di tutto. Compresa una serie di romanzi d’amore letti ultimamente, nel segno dei cliché, del genere o del cinepanettone nostrano che siano: se i personaggi mi fanno affezionare alle loro (dis)avventure, e magari mi fanno anche ridere un po’, invece di farmi prudere le mani per la voglia di prenderli a cinquine a due a due finché non diventano dispari, so di avere tra le mani un bel romanzo – magari non il romanzo della vita, ma di sicuro delle pagine nella cui compagnia trascorrerò dei bei minuti. Le protagoniste dei romanzi di Anna Zarlenga, per esempio, non devono sempre fare una corsa per buttare l’Unico Anello nella caldera del Monte Fato, al massimo avranno da recuperare l’anello di fidanzamento finito per errore nello scarico del lavandino, così come per Miss Marple è improbabile che trascorra un giorno di totale relax nel suo villaggetto di St. Mary Mead senza che succeda una qualche disgrazia: chiunque può essere protagonista di queste trame – chiunque può affrontare il più potente mago di tutti i tempi o il gatto di mammà che non vuole farsi il bagno – ma la storia più particolareggiata del mondo, la più ricca di colpi di scena e indizi impensabili, non vale una cicca se chi legge è costretto a sorbirsi una sagoma di cartone che, per cinquecento pagine e passa (o anche meno), non fa mai niente che risulti anche solo remotamente interessante. Elizabeth Bennett sarebbe una protagonista così iconica, così memorabile, senza la sua risolutezza d’animo che arriva anche a cacciarla nei pasticci? Levate orgoglio e pregiudizio dall’omonimo romanzo e avrete un manuale del galateo. Non esattamente la più emozionante delle letture, almeno per i miei gusti…
Un’idea. Punto e basta. Che detta così è il più grande ma va’?! del mondo della narrativa, ma il succo è questo. Hai un’idea? Si vede. Non hai un’idea? Si vede, e pure peggio! Perché il romanzo risulterà non avere capo né coda, un’accozzaglia di roba messa insieme solo per arrivare a un tot di pagine, rendendo la storia solo la pallida parvenza di un vero e proprio romanzo, se non l’ennesima sciacquatura di piatti di mille altre che sono venute prima. E addio trama interessante, personaggi interessanti, e quanto detto nei due punti di cui sopra, se ci si accomoda sulle scopiazzature senza fantasia, senza ingegno, senza neanche mettere un po’ di amore in quel che si sta scrivendo. L’idea mette in moto la trama, l’Unico Anello che va ancora a zonzo, un caso di omicidio apparentemente semplice in un comune apparentemente tranquillo della Sicilia, e la trama mette in moto i personaggi, possano essere l’eroe più improbabile che la Terra di Mezzo abbia mai visto o un commissario dall’appetito insospettabilmente vasto. I romanzi polizieschi, già solo per fare quest’esempio, sono stati scritti in numerosissime declinazioni, più o meno riuscite, ma s’è visto quando, a fronte dello stesso caso da risolvere – furto, omicidio o rapimento – c’è chi ha saputo declinare la stessa zuppa in maniera interessante e/o diversa. La saga di Millennium sarebbe così interessante, se al mix già letto e riletto di giornalista ficcanaso e famiglia ricca&complicata non fosse stata aggiunta una hacker punkettona e con un bel carico di misteri al proprio riguardo?
Da ciò, il terzo interrogativo che mi tiene sveglia la notte (tanto, con questo caldo, chi dorme più. Meglio leggere!) e che, in un certo senso, è quello che mi darebbe finalmente una risposta: sono i personaggi, a trainare una storia? O è la trama, la storia in sé, che tiene incollati i nostri occhi alle pagine, a dispetto dei personaggi, dell’ambientazione e del resto degli orpelli narrativi? E basta una buona idea a creare un buon romanzo? Di certo, so che tutto questo è più di una terza domanda e basta.
Dato che il romanzo perfetto non esiste – al massimo, esistono una o più storie perfette per il cuore di ognuno di noi…e con una frase da film Disney mi salvo in corner, almeno spero – posso solo supporre che la ricetta giusta per una buona storia – e non per una storia di successo, ché da tempo immemore vengono scritte, pubblicate e portate agli onori di stampa, se non del canone della letteratura nazionale e internazionale, sia buone opere che boiate galattiche – possa essere un mix di tutt’e tre questi elementi – personaggi un minimo interessanti, trama con un senso, un’idea alla base del tutto – in combinazioni che, dai e dai, includendo anche qualche inciampo nel percorso, possano condurre ad una storia che si fa leggere, che si fa amare, e di conseguenza che si fa anche ricordare.
Sì, lo sappiamo: continuano i dibattiti sul festival della canzone in bottiglia, ma della questione continuerà a fregarmi meno di zero. Vedrò solo la puntata in cui si esibiscono tutti-tutti i cantanti, come faccio da tre anni a questa parte, e forse anche quella dei duetti, se la riterrò abbastanza interessante (qui e qui due buoni motivi per aver visto i duetti del VentiVenti). Per il resto, i miei radar si riattiveranno in automatico alle nuove sull’Eurovision, sperando che ce ne saranno almeno in riguardo all’edizione dell’anno prossimo.
Passando alla sustanzia di quest’articolo: Il Trono di Spade (Game of Thrones per i rompiballe cui non piacciono le traduzioni) è forse la serie medieval fantasy più basica che abbia mai visto, mentre Emerald City ha un impianto tra worldbuilding e personaggi che fa paura.
…abbassate per un secondo l’hype personale e torce e forconi, ora mi spiego. O meglio, lo farò in risposta alle obiezioni più probabili alla mia affermazione di sopra. È il metodo più facile e veloce.
Non penso che questa serie abbia bisogno di presentazioni.
Ma GOT non è il solito fantasy canonico!
Vero: non ci sono orchi, streghe o elfi, non c’è la magia come canonicamente intesa, e quei tre draghi che si vedono sono trattati alla stregua di animali reali come cani e cavalli. Ma nemmeno c’è uno sforzo d’immaginazione in più: la serie è targhettata come “fantasy” persino da Wikipedia, per volersi appellare all’ultima spiaggia, e dunque da una storia fantastica io mi aspetto legittimamente un po’ di fantasia.
La mappa del mondo di Game of Thrones. Vi ricorda qualcosa?
La magia, seppur presente, funziona convenientemente in accordo alle vicende dei protagonisti: oltre agli “incantesimi” di Melisandre, che servono solo a far andare la trama in certe direzioni, e quelle briciole di magia un poco diversa negli episodi riguardanti la Casa degli Eterni, ma mai più mostrata o indagata, non c’è molto altro sforzo creativo verso il fantastico. Che si riduce quindi a un elemento del worldbuilding che, seppur presentato come importante e rivoluzionario per il mondo in questione, si riduce invece a piatto e senza sorprese – esattamente tutto quello che il fantasy non è, e soprattutto che deve impegnarsi a non essere.
Re, regine e tutto il carrozzone medievale, li posso trovare anche in un romanzo storico. Che non è l’equivalente di fantasy, come dice l’aggettivo stesso. Quanto agli Estranei, non sono né più né meno che zombies messi sotto ghiaccio. I figli della foresta o i warg erano almeno un bell’esempio di fantastico: non propriamente originale, ma se non altro con quell’elemento di mistero cui potersi benissimo appigliare per un worldbuilding leggermente più ricco. E hanno fatto la fine di una possibilità sprecata solo per concentrarsi sul gioco della poltrona appuntita. A questo punto, che senso ha avuto l’impianto fantastico in una storia che poteva esistere benissimo senza?
Il corvo a tre occhi, uno degli elementi ricorrenti dell’alone di mistero della saga.
C’è una profezia o un rituale che risolve ogni cosa quando serve al protagonista: non c’è più la sorpresa promessa all’inizio, e non bastano i tre draghi all’orizzonte per farmi appassionare di nuovo alla questione, se so che Melisandre caverà fuori il prossimo trucco dalla manica per togliere le pigne dal fuoco a Stannis (o qualcun altro). Se volevo un cast di pugnalatori alle spalle che scopa tra loro, a ‘sto punto guardavo la trecentesima stagione di Beautiful.
Ma gli intrighi politici…!
…li posso trovare in una qualunque altra serie non-fantasy, da The West Wing a I Medici. Persino la più recente Fratelli Caputo ha una trama di brogli e sotterfugi che manca solo Cersei a spararsi le pose sul gioco del trono (del sindaco, in quel caso specifico).
La guerra delle due rose, l’evento storico che ha ispirato la trama politica nel Trono di spade. Il nome, coniato da Walter Scott, deriva dai due tipi di rose che rappresentavano i casati avversari.
L’intricato sistema di azioni e contro-mosse dei personaggi è un elemento che di sicuro nobilita Il Trono di Spade per quel che riguarda i personaggi, che agiscono una volta tanto in maniera poco prevedibile, ma non aggiunge molto a quella che è comunque la sua connotazione di “fantasy”, proprio perché non c’è nulla di fantastico, di immaginifico, in un tizio che vuole togliere il trono da sotto le chiappe di un altro. Ed è questo, il perno della trama, senza elementi fantasy sostanziali di mezzo. Persino in Uomini & Donne ritrovo la stessa verve animosa della ruota di Lannister, Baratheon, Targaryen e Gianfilippi della situa, ma sarebbe stato più emozionante vedere il party di pretendenti al trono fare i conti con un’orchessa figlia dell’ultimo re e che dunque vanta molti più diritti di successione di loro, e tutta la questione sociologica razziale ecc. che ne potrebbe derivare.
Non c’è niente di male in un fantasy se si riallaccia al mondo reale, come Shadowhunters e Harry Potter. Il problema sorge quando gli elementi fantastici in realtà non vengono mostrati affatto!
Ma la complessità dei personaggi…!
Do atto a Martin solo di non aver creato personaggi completamente innocenti. Persino Sansa, a ‘na certa, si stufa di fare la figliola irreprensibile (e fa bene, visto il macello futuro).
Per il resto, vedo solo un mucchio di posers, per dirla in gergo tecnico. Traduzione: un roster di personaggi utili a sparare sentenze molto “quotabili”, da citazioni sul social network o da trascrivere sulla classica pagina di diario. Un esempio su tutti, il repertorio riservato a Tyrion Lannister.
Tyrion dice di essere stato danneggiato e screditato in quanto nano e deforme, è forse uno dei suoi monologhi preferiti, ma non ci vengono mai mostrati gli effetti della sua diversità in relazione alla gente “normale”, eccetto le risposte stizzite di sorella e padre (o patrigno, ma dubito che Martin ci darà nell’immediato una risposta): gli riesce persino una battaglia campale in cui la sua bassezza fisica lo darebbe per spacciato dal minuto zero, e per quanto possa avere un cervello più che applicato, è indubbio che l’autore gli abbia riservato un occhio di riguardo per come il personaggio riesce ad ottenere il rispetto di tutti sempre e comunque, nonostante ribadisca più volte che uno come lui viene destinato allo scherno generale. Non lo vediamo mai messo all’angolo da questa sua condizione, ed essendo una storia fantastica realistica, è tutto sommato una pecca nell’impianto generale.
Tyrion nella serie televisiva, interpretato da Peter Dinklage (Bolivar Trask in X-Men – Giorni di un futuro passato, e Eitri in Avengers – Infinity War).
Quanto alle donne, posers a volontà anche in questo caso. Le protagoniste, quanto meno, sono buone solo a rimediare violenza fisica o scopare ad uopo per mandare avanti la trama, perché sia mai che un personaggio femminile possa sviluppare un percorso narrativo in maniera differente, o peggio ancora autonoma, scollata ‘na buona volta dall’elemento del padre-fratello-marito che l’accompagna o che condiziona la sua vita. Salverei solo Olenna Tyrell, se solo non fosse stata relegata nei personaggi secondari, ma pure nei terziari. (Forse che l’autore stesso temeva il suo potere? Chissà.)
Olenna nella serie televisiva, interpretata da Diana Rigg (Tracy Draco in 007 – Al servizio segreto di sua maestà, e la duchessa di Buccleuch nella serie Victoria).
In breve: personaggi complessi quanto volete, ma il tutto mi pare più un The West Wing medievale. A ‘sto punto, potrei ben azzardare che la dicitura “fantasy” è stata piazzata solo per attirare quella grossa fetta di lettori in più che fa girare il mercato.
Il cast di The West Wing (arrivata da noi col sottotitolo “Tutti gli uomini del Presidente”), giusto per farvene un’idea.
Ma le scenografie, e la grafica…!
Tra i più basici che abbia mai visto, e da fumettista non ritratto questo punto.
Non c’è un guizzo di creatività nemmeno nella sala del maledetto trono: talmente basica che persino i dothraki non avrebbero nulla da ridire.
La sala del Trono di spade a sinistra, Vaes Dothrak (la capitale del popolo dothraki) a destra. La mestizia.
Gli unici elementi fantasy rintracciabili qui, sono solo gli alberi del cuore, con una spiegazione messa in piedi talmente alla buona da farli risultare più degli appendiabiti del cuore per quanto siano infine utili alla trama, mentre un refolo di maggior impegno scenografico sembra riservato solo agli ambienti dei Martell, forse perché l’unica casata con un minimo senso estetico e del buon gusto.
Cersei se la sogna, ‘sta balconata.
Di nuovo: è tutto troppo realistico per poter appartenere a un mondo fantasy – dove sono le torri d’alabastro, i ponti di cristallo magico che se ne sbattono delle leggi della fisica dei materiali, i campi di grano viola perché il terreno su cui crescono è impregnato del sangue delle mille battaglie tra goblin e elfi? Le quattro rocce di Harrenhal sciolte dal fuoco dei draghi non mi bastano.
Questo è un mondo in cui ormai la magia è agli sgoccioli, che ti frega del fantasy?
Perché se mi date un appiglio per credere nell’esistenza del sovrannaturale ma poi non lo fate interagire col resto della storia, mi sento presa in giro.
Il 90% della trama di GOT sono le azioni dei personaggi, alla magia è riservato sì e no uno spazio minuscolo per poter fungere da deus ex machina, in poche parole da paraculo per permettere al protagonista n°45 di superare una difficoltà che altrimenti necessiterebbe di parecchi episodi per poter essere risolta dalle sue sole abilità. In altre parole, il fantasy è sfruttato biecamente per passare da un punto all’altro della trama senza troppi sforzi, altrimenti è rinchiuso dietro una barriera per non essere mai seriamente coinvolto nella storia. Pigrizia!
Questi alberi erano facilmente sostituibili da spiegoni fatti dal gran maestro de turno, e la trama sarebbe andata avanti lo stesso. A che pro, dunque?
Ancora: Il Trono di Spade poteva fungere benissimo da storia storica sullo sfondo di un paese immaginario e sarebbe stato valido ugualmente; nessuno si è mai lamentato dell’esistenza del Wakanda o di Latveria nell’universo Marvel, d’altra parte.
E allora scrivilo tu un fantasy!
Con molto piacere, una volta libera dalla mole di studio per la laurea. Sto già raccogliendo idee.
In sintesi: ne Il Trono di Spade c’è un ottimo intreccio di personaggi, ma come storia fantasy manca del tutto di sense of wonder, vale a dire quel senso di meraviglia e di sorpresa che accompagna ogni buon fantasy. Qui c’è un articolo di Gamberi Fantasy, un po’ vecchiotto, ma che secondo me descrive bene il sense of wonder per chi ne volesse sapere di più.
La sorpresa della magia sopita viene promessa nella prima stagione, ma a lungo andare, Il Trono di Spade si focalizza sulla lotta tra casate e gli altri problemi sociali e personali del cast, mentre gli elementi propriamente fantastici di questo fantasy vengono relegati ad angolini sempre più risicati. Il che, appunto, mi ha fatto chiedere perché metterli in mezzo per prima cosa.
Il poster ufficiale della serie, col cast principale.
Ho recuperato Emerald City per puro caso, e contrariamente alle aspettative infuse dall’hype generale dietro “la rinascita fantasy” quale viene accreditato Il Trono di Spade, quest’altra serie mi ha colpito più in positivo di quanto non abbia fatto la cricca di Westeros.
Emerald City è un retelling moderno de Il meraviglioso mago di Oz, dove una Dorothy ventenne viene trasportata dal Kansas dei giorni nostri in una landa magica, pericolosa e, per la mia gioia, infusa di steampunk, in quanto la magia è stata abolita – o è quel che le streghe fanno credere al mago sul trono – e la scienza e la meccanica regnano incontrastate. Questa è un’ambientazione fantastica, che lascia il passo all’immaginazione, altro che la costante minaccia di draghi e proto-elfi che fanno cucù da una barriera.
L’uomo di latta non è più una specie di robot sin dall’inizio, ma…
La magia, nonostante le aspettative, è viva e presente, e non solo quando c’è da aiutare i protagonisti; parimenti, le invenzioni scientifiche del Mago e del regno tecnologico suo rivale sono un elemento importante del mondo stesso della serie, oltre che una scintilla interessante di diversità in un panorama omologato di draghi, elfi e veleni convenientemente insapori e inodori.
Le tre streghe di Oz (da sinistra a destra): Glinda (interpretata da Joely Richardson, già vista in Uomini che odiano le donne), East (Florence Kasumba, già vista in Captain America: Civil War, Wonder Woman e Black Panther) e West (Ana Ularu, presente anche nella recente Tribes of Europa).
Ma non ci sono intrighi come in GOT! Quanto possono essere profondi dei personaggi usciti fuori da una storia per marmocchi?
Tutti vogliono la testa del Mago: le streghe, il regno confinante con Oz, la Bestia Eterna, persino Dorothy stessa se non trova il modo di riportarla a casa sua. È un gioco al sotterfugio anche nel circolo di consigliere che il Mago si tiene intorno, anche tra le streghe cardinali, anche per tenere segreta la vera regnante di Oz. Persino il personaggio più positivo e innocente della serie arriva a tradire i suoi amici più cari – questo perché il cast è sfaccettato come e quanto i personaggi di Martin. E magari anche meglio.
Essendo una rivisitazione, i personaggi non sono aderentissimi a quelli originali di Baum: parlando solo dei protagonisti del primo episodio, Dorothy è un’adulta e non una ragazzina, e fa l’infermiera in un ospedale moderno; lo spaventapasseri non è un fantoccio di paglia ma un uomo senza memoria; Toto è un cane senza alcun legame con Dorothy come da tradizione, ma un cane-poliziotto che incappa nel tornado che precipita la protagonista ad Oz, e il suo nome viene dalla parola che nella lingua dei munchkin significa “cane” – i Mastichini, o Ghiottoni in altre traduzioni, sono un po’ i dothraki della situa, una tribù libera ma ostile ai nostri, tutt’altro che i ridenti personaggetti cui ci ha abituato il film di Victor Fleming.
Dorothy, interpretata da Adria Arjona (interprete di Anathema Device in Good Omens, e prossimamente in Morbius, della Marvel).
E, proprio in quanto rivisitati, ciò che ho apprezzato maggiormente è il twist un po’ dark conferito al cast – essendo del 2017, mentre Il Trono di Spade è del 2011, ha probabilmente mutuato questo aspetto proprio da GOT come altre serie fantasy successive alla sua uscita, ma se cercate personaggi che sanno far funzionare il cervello e non solo le spade, questa serie può accontentarvi.
Se è basato su una fiaba per bambini, allora sicuramente non c’è violenza, non c’è mistero, c’è soltanto un’insulsa morale finalesul volemose be’.
Nel primo episodio di Emerald City, Dorothy manipola a parole una potentissima strega perché si uccidesse da sola. Nel primo episodio di GOT, Bran viene spinto giù da una torre da due personaggi ancora più stupidi di lui. Direi che c’è una bella differenza.
Nessun personaggio è innocente, nemmeno la protagonista, ma non vuol dire che sono una massa di creduloni. Tutt’altro: la maggior parte di loro deve reggere la maschera che si è costruito per vivere, e non esiterà a far fuori il primo che bussa alla loro facciata di gesso per infrangerla, fosse anche un ignaro contadino che chiede un po’ d’acqua. Le streghe sono prese dalla loro trama per riportare la magia al potere, ma anche dai propri dissidi interni; Dorothy, per quanto possa arrivare a fidarsi dei suoi compagni di viaggio, deve tenere la guardia costantemente alta per i pericoli della terra in cui è giunta, e che possono arrivarle dai suoi stessi nuovi amici; per non parlare del Mago e di tutti i segreti che nasconde sotto i suoi capelli…letteralmente, anche.
Lady Ev, una dei personaggi principali (interpretata da Stephanie Martini, interprete di Eadith in The Last Kingdom). Indossa letteralmente una maschera, e ne ha una diversa per ogni occasione.
L’unica morale che pare suggerire questa serie, sembra essere quella di non fidarsi di nessuno. E non credo che un fumetto di Topolino sarebbe ben contento di propugnare una roba simile ai suoi giovani lettori.
Che ti frega delle scenografie, poi? Basta che gli attori siano gnocchi!
Se Ben Barnes fa un monologo introspettivo davanti a un muro di cartone, è un conto; se recita il principe Caspian in battaglia davanti allo stesso cartonato anonimo, mi annoierebbe a morte. Nel secondo caso verrebbe a mancare il contesto e non c’è bravura attoriale o gnoccaggine che tenga.
I set di Emerald City sono dannatamente belli, da catturare l’attenzione tanto quanto le vicende dei protagonisti. Ogni dettaglio è funzionale, serve a rappresentare al meglio l’aura di chi vive in quel posto e quali sono le sue intenzioni: il castello di Glinda e il bordello di West sono assolutamente contrapposti nell’aspetto quanto le personalità delle due streghe che li abitano, mentre il regno di Ev, rivale alla città di smeraldo, è la quintessenza dello steampunk, con macchine, bulloni e rotaie in totale contrasto all’atmosfera medievaleggiante ma anche palpitante di magia che è il regno del Mago.
Da sinistra a destra: il villaggio dei Munchkin, il palazzo del Mago e la prigione delle streghe.
I set sono anche dannatamente curati: il salone principale del castello del Mago è ricoperto da un VERO mosaico, tanto per fare l’esempio più eclatante, mentre l’iconico sentiero di mattoni dorati è diventata una strada ricoperta di polline giallastro, oppio di papavero, che dà un tocco ansiogeno in più alle avventure dei protagonisti, che rischiano perennemente di addormentarsi lungo la via verso la città di smeraldo, anche col pericolo di non svegliarsi mai più. Lo scenario, dunque, interagisce coi protagonisti, non limitandosi ad essere soltanto una bella parete.
In GOT, le locations sono sfondi…e basta, e tanto valeva far interpretare i ruoli a dei burattini; in Emerald City, i luoghi sono una parte della storia quanto i personaggi.
E poi nel cast attoriale, composto da Vincent D’Onofrio nei panni del Mago e gnoccaggine più o meno varia, c’è Fiona Shaw, che i più giovincelli ricorderanno come zia Petunia nella saga di Harry Potter. Dovunque reciti quella donna, è scientificamente provato che si tratti di un prodotto di qualità. Vedere per credere.
L’unica pecca di questa serie? Che è composta da una stagione sola e che non è (ancora) stata doppiata in italiano. Se siete coraggiosi, questo non vi impedirà comunque di recuperare una storia ‘na volta tanto diversa dagli stampini à la I Pilastri della Terra, per invece una storia che trasuda il fantastico ad ogni episodio, ma che non disdegna rapporti contorti tra i suoi personaggi come tanto piacciono agli affezionati delle Nozze Rosse.
Midori here! Prima di tutto, buon anno a voi lettori. Non so come voi avete iniziato il 2021, ma sia io che Hoshiko l’abbiamo iniziato in un modo un po’… diciamo diverso dal solito.
Vi ricordate del mio precedente articolo dove vi ho parlato di Cells at Work e dei suoi spin-off? Se qualcuno di voi lo ha letto, sa già che ho fatto accenno alla messa in onda che è avvenuta in Giappone lo scorso 9 gennaio. Ciò che non vi ho detto è che l’anime di Cells at Work e Cells at Work BLACK è arrivato anche in Italia. Ebbene sì, per la nostra gioia e per quella dei fan di queste due serie!
L’annuncio ufficiale sulla pagina Facebook di Yamato Video!
Per il 2021 la Yamato Video (nota azienda italiana attiva nella produzione e distribuzione di anime) ha annunciato l’acquisto della seconda stagione di Cells at Work e dell’anime di Cells at Work BLACK – entrambi con gli immancabili sottotitoli “Lavori in corpo” in italiano. La trasmissione delle due serie animate, prevista con un giorno in anticipo rispetto alla premiere giapponese (l’8 gennaio), inaspettatamente è stata spostata al giorno prima. Così il 7 gennaio, dalle ore 17, i fan italiani hanno potuto godere della visione del primo episodio delle due serie, in contemporanea con la messa in onda americana annunciata su Funimation.
Questo commento sotto il primo episodio di Cells at Work BLACK dice tutto.
Dunque. Oggi sono qui per chiacchierare un po’ di questi due episodi. Potrei definire questo articolo non tanto come una “recensione” ma, piuttosto, come una libera “condivisione di impressioni” che cercherà di essere il più possibile imparziale, tracciando un confronto tra le due serie. Perciò mettetevi comodi: questo viaggio non vi parlerà solo delle rispettive trame… anche perché, tutto sommato, per quelle ci sono gli episodi!
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Bernoccolo – Cells at Work (Stagione 2)
L’episodio con il quale si apre la seconda stagione di Cells at Work è perfettamente nello stile dell’intera serie. I momenti comici non sono mancati, alternati a quelli più seri che mettono in mostra il carattere dei personaggi in scena, che non solo sono cellule di un corpo umano, bensì hanno un carattere e – in alcuni momenti – anche una crescita e un’evoluzione personale.
A proposito di momenti comici… nel guardare questa scena, secondo voi come è andata a finire per il nostro germe? Spoiler: non benissimo. :3
In questo caso, vi ricordate delle Piastrine? Tra loro vi è Backwards cap o, come troverete nella traduzione italiana di Yamato Animation, Frontino. La storia di questo episodio che apre la seconda stagione di Cells at Work è proprio la sua: in venti minuti ci viene raccontato il suo percorso di crescita, che porta questo personaggio dall’essere un totale imbranato ad arrivare a guadagnare l’ambita medaglia della sua maestra, la Megacariocita, per il coraggio e la forza d’animo che ha mostrato durante l’incidente del bernoccolo.
Proud mama.
È facile identificarsi nei vari personaggi che compaiono: ciascuno di loro ha delle caratteristiche che li rendono molto più vicini a noi di quanto possiamo pensare. In questo caso è proprio Frontino a rappresentarci: una cellula che si impegna ogni giorno, per diventare sempre più forte e, così, essere d’aiuto alle sue compagne di squadra.
Come avvenuto nella prima stagione, anche questo episodio conferma che Cells at Work non è solo il racconto di una storia leggera e spensierata sulla vita delle cellule ma, allo stesso tempo, può risultare educativa per la vita di tutti i giorni. Valori come l’amicizia e la forza di rialzarsi nonostante le difficoltà predominano in tutta la serie, e sono proprio tali valori a rendere Cells at Work una storia che insegna tutto ciò che c’è di positivo nei rapporti tra le persone che incontriamo ogni giorno, a scuola o sul lavoro.
Morale della favola: mai pensare di valere meno di zero. Se hai una grande forza di volontà, tutto diventa possibile!
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Fumo, batteri, l’inizio della fine – Cells at Work BLACK
Alcune persone che hanno visto questo episodio hanno scritto (giustamente), e un po’ anche per scherzarci su: «Perché non abbiamo visto prima QUESTO e solo dopo quello di Cells At Work?» Pensate che in Giappone questo episodio è andato in onda a mezzanotte. A mezzanotte, non alle cinque del pomeriggio come da noi: questo per farvi subito capire che Cells at Work BLACK non è una serie per coloro che cercano mezz’ora di divertimento con una storia spensierata come quella che ci regala Cells at Work. Vi faccio un rapido esempio. Vi ricordate ancora delle pucciosissime Piastrine che ho citato prima? Ebbene…
Dimenticatevi di teneri “anone anone”, di T Killer che battibeccano comicamente con qualche NK, di Dendritiche a caccia di qualche scena compromettente da conservare nei loro album fotografici e di Eritrociti che si rilassano su una panchina a mangiare glucosio sotto forma di gelato o a gustare dell’ottimo tè verde. No. Cells at Work BLACK è una serie decisamente meno spensierata della sua controparte originale, ma che fa riflettere moltissimo. È la storia delle nostre vite, dello stress che accumuliamo ogni giorno e che (quasi inconsapevolmente, da parte nostra) ha un impatto non indifferente sulle cellule del nostro corpo. Volete conoscere quali sono gli effetti del fumo, di una vita eccessivamente sedentaria e di mancanza di sonno? Cells at Work BLACK risponde a tutto questo, e anche di più: basta guardare già il primo episodio per rendersi conto che, anche se noi apparentementestiamo bene – piccolo esempio: «Ah, che vuoi che sia una sigaretta…» – viceversa le cellule del corpo potrebbero non esserlo affatto. Si può dire che il primo episodio sia il riassunto di ciò che vi aspetta anche nel resto della serie: cadaveri di eritrociti lungo i vasi sanguigni, batteri che parlano per monosillabi (e sì, dimenticatevi anche di germi che riflettono sui loro piani di conquista dell’organismo, perché qui sono molto più crudeli e passano direttamente ai fatti), e cellule che si chiedono quale sia il senso del loro lavoro.
Il significato della serie è racchiuso qui.
Anche in questo caso è facile immedesimarsi nei personaggi, in particolare nel povero protagonista AA2153, un globulo rosso nel suo primo giorno di lavoro che, completamente all’oscuro di ciò che l’aspetta così come i suoi compagni, si trova catapultato in una situazione di lavoro davvero orribile. Basterà la sua determinazione ad aiutarlo ad affrontare le situazioni più difficili, che a volte mettono a rischio non solo la sua vita e quella dei suoi colleghi, ma anche quella dell’intero organismo?
La domanda che chiunque abbia visto prima Cells at Work si sarà posto dopo i primi cinque minuti dell’episodio.
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Tirando le somme…
Già. Cells at Work BLACK non è una passeggiata; tuttavia, rispetto a Cells at Work, ritengo che abbia molto di più da insegnare dal punto di vista umano. Entrambe le serie raccontano di ciò che accade all’interno del nostro corpo, con dettagliati riferimenti scientifici spesso apprezzati anche da dottori e infermieri, e ce lo raccontano attraverso una storia (molto vicina alla nostra) nella quale le cellule antropomorfe sono gli assoluti protagonisti. Se Cells at Work lo fa con un tono molto leggero, in Cells at Work BLACK le tragedie sono all’ordine del giorno. Proprio riguardo quest’ultima serie, credo che abbia una marcia in più rispetto a quella principale: ha il potere di farti seriamente riflettere sullo stile di vita che abbiamo ogni giorno e che ha un impatto non indifferente sul nostro organismo. Spesso ci dimentichiamo che il corpo umano è formato da migliaia e migliaia di cellule, micro esseri viventi che fanno da base e sostengono l’organismo… proprio come se queste piccole unità costituissero un micro-mondo (caratteristica, tra l’altro, sottolineata già da Cells at Work). I temi trattati in Cells at Work BLACK sono molto importanti, perché si concentrano sulle conseguenze di ogni nostra singola azione: accumulare per molto tempo lo stress, fumare eccessivamente nell’arco di una sola giornata, bere troppo… a lungo andare, un organismo sottoposto a tutto ciò potrebbe arrivare al punto di cedere. Se Cells at Work ha fatto da apripista a un interessante ragionamento su ciò che accade all’interno del nostro corpo, con brevi episodi incentrati sull’influenza stagionale, sull’allergia, sui piccoli tagli e così via, con Cells at Work BLACK si è fatto un grande balzo. Da lettrice del manga posso dirvi che il protagonista vivrà di tutto e di più (letteralmente) e ne passerà di tutti i colori mentre voi, attraverso i suoi occhi, continuerete a vedere la crudele realtà che questa cellula vive ogni giorno e se ci sarà qualche prospettiva di miglioramento oppure se la situazione precipiterà drasticamente senza via di scampo. Per il resto sarete voi a scoprirlo. Niente spoiler qui, ok? 😉 Quel che è certo è che queste cellule ce la metteranno tutta, anche se il loro ambiente di lavoro non è dei migliori… come ci mostra la stessa opening!
Fianco a fianco, l’uno che conta sull’altro. ❤
In conclusione vi lascio una piccola curiosità, sempre riguardo Cells at Work BLACK. C’è chi afferma che non si tratta solo della storia di un corpo che ha un malsano stile di vita, ma che rappresenta anche la storia di tutti coloro che, nella nostra realtà, vivono una situazione lavorativa di sfruttamento. La risposta è: assolutamente vero.
«Una storia che darà coraggio a coloro che nel mondo lavorano orari impossibili.» (Minuto 0:44)
Tra l’altro, anche il titolo stesso della serie lo suggerisce. BLACK, in Giappone, si riferisce a una condizione di lavoro impossibile: “black company” (in giapponese ブラック企業, burakku kigyō) è un termine che indica un’azienda dove domina lo sfruttamento dei dipendenti, che sono costretti a fare un sacco di straordinari non retribuiti e sono soggetti ad abusi verbali da parte dei loro superiori. Una situazione molto simile a quella che vivono i protagonisti di questa serie… e chissà se, un giorno, queste cellule riusciranno a vedere con i loro occhi una condizione migliore: la parte finale dell’opening è significativa proprio per questo.
Se tutto ciò che ha vissuto il protagonista resterà solo un sogno o meno… saremo noi a deciderlo!
Gli anni più belli (qui il trailer), come altri film di Gabriele Muccino, ha diviso i cuori, gli animi e i popoli e a me personalmente ha lasciato un senso di confusione generale, perché ‘sti anni più belli non ce li vedo proprio nelle vite dei protagonisti, visto che sono tutti caratterizzati da una serie di sfighe continue che manco Paperino, Paperoga e il buon Sgrizzo, per chi se lo ricorda.
Tanto più che il loro inneggiare alle cose che ci fanno stare bene! lo vedo ancora più senza senso, dato che questi quattro non fanno altro che tradirsi alle spalle e piangersi addosso. E non è uno spoiler, è il trailer stesso a rivelarlo piuttosto chiaramente. Finiscono persino per perdere la [OMISSIS] che li unisce da ragazzini per un coup de théâtre sinceramente gratuito, e considerata la vita che hanno condotto da adulti, forse solo le trincate a suon di rosso o spumante potrebbero annoverarsi nelle cose che ci fanno stare bene!. Annamo bene sì, a ‘sto punto.
Dal punto di vista di uno storyteller qualsiasi, questo film anche bello in potenza – perché ognuno di noi ha il suo cliché del cuore, non negatelo – finisce per apparire sostanzialmente come un grande pastiche di occasioni mancate, un collage di momenti che presi singolarmente hanno un loro perché, ma che nel loro insieme appaiono scollegati, forzati e frustranti, soprattutto: più che gli anni più belli di una persona, questo film ci parla di anni che nessuno di noi vorrebbe mai vivere, data l’ingente quantità di corna, licenziamenti e bagarre in cui incappano tutti e quattro i protagonisti.
Ma andiamo nello specifico, siori, perché sono una brutta bestia, perché sono un’aspirante scrittrice a caccia di lezioni, e questo film è uno degli esempi di come non dovrebbe essere scritta una storia.
Non farò più SPOILER di quanti non se ne intuiscono già dal trailer (linkato in cima all’articolo), ma se masticate già da un po’ il cinema tipicamente italiano, non saranno veri e propri spoiler neanche per voi.
Eravamo sempre gli stessi quattro amici, sempre allo stesso bar. Prossima volta da Mario!
Un film è quanto di più assimilabile a un romanzo: leggendo un libro, con una buona manciata di immaginazione ci costruiamo nella mente un nostro film personale. E alla base di ogni pellicola c’è una sceneggiatura scritta, che presenta altrettanto situazioni e descrizioni – stringate, perché il loro compito è guidare la troupe e gli attori alla realizzazione delle “scene mentali” di cui la storia è costituita. Quindi, si può benissimo interpretare questo film alla stregua di un romanzo.
Un romanzo bruttino, a dire il vero, un reimpasto di cose già viste in salsa leggermente diversa.
Niente contro i remake: se fatti bene, riescono ad essere godibili quanto l’originale, se non di più. Aladdin del 2019 non è il figlio dei Grandi Antichi di Lovecraft, se non si va a guardare troppo il Jafar approssimativo (sigh!); il remake di Netflix dei Cavalieri dello Zodiaco viene massacrato a Fulmini di Pegasus dalla serie originale, e non per un discorso di animazione; e la serie di MacGyver del 2016 ci dà personaggi meno perfettini e irritanti di quelli del 1985.
Lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie (regista tra l’altro del live action di Aladdin), ennesima rielaborazione del detective di Baker Street, è piaciuto un po’ a tutti: perché? Perché ha saputo rielaborare i personaggi già conosciuti, mantenendoli ancora interessanti sia per gli affezionati della saga di Conan Doyle, sia per un pubblico che non conosce Sherlock, Watson e il resto del loro mondo.
Sherlock e Watson in questa saga sono interpretati rispettivamente da Robert Downey Jr. (già Iron Man nel Marvel Cinematic Universe) e Jude Law (protagonista, tra l’altro, della serie The Young Pope).
Gli anni più belli non è un remake, ma è comunque una storia vista e rivista per gli affezionati del cinema prettamente all’italiana: i quattro protagonisti amici d’infanzia, ognuno con un carattere opposto a quello degli altri; i tre ceti sociali standard, con le famiglie problematiche standard annesse; la storia d’Italia dagli anni Ottanta ai Duemila, con tappe obbligate alle rivoluzioni studentesche, le proteste dei sindacati, l’ascesa del Berlusca; le corna, i licenziamenti, le sfighe assortite all’italiana in soldoni. Viste e riviste in qualunque storia nostrana di amicizia quarantennale.
La locandina del film. In origine doveva chiamarsi “I migliori anni”.
Gli anni più belli non aggiunge niente all’industria cinematografica italiana, nel suo essere non un remake e leggermente citazionista. Dal punto di vista prettamente stilistico, è un pezzo di bravura neanche troppo impegnato, un classico con un vaghissimo accenno di estro (ne parliamo più avanti). Dal punto di vista dello storytelling, che è quello che ci interessa di più, non dà neanche la rassicurante sensazione di avere a che fare con una storia a noi familiare ma tutto sommato benvoluta, ma con un capitolo dei Promessi Sposi da analizzare per l’interrogazione del giorno dopo: un mattone, da sbuffare ogni due per tre durante la lettura, che pretende di insegnarci qualcosa nella matassa di lezioncine con cui l’autore infarcisce la sua storia. Anche se quello su Manzoni e la sua opera è un discorso troppo complicato per essere affrontato in questa sede, avete capito dove voglio arrivare.
Il pesce nel labirinto
Non sono una critica cinematografica, e non pretendo il capolavoro da ogni pellicola perché sarebbe impossibile.
Ma conosco le regole base dello storytelling, mi piace farmi immergere nelle storie, e quando becco una storia noiosa, sia essa un romanzo, un film o una canzone, la becco.
E so anche riconoscere i motivi alla base della mia trasformazione in una caffettiera sbuffante.
Ne Gli anni più belli non sono i personaggi a fare cose e a meritarsi i frutti del loro lavoro, ma è il regista che decreta quali azioni faranno i personaggi e quali conseguenze avranno, spesso scollegate dall’azione che le ha generate proprio perché decise “in anticipo” dal loro creatore. È come un burattinaio che finisce per far vedere al pubblico i fili dei suoi burattini, quando invece un bravo burattinaio sa bene che è la prima cosa da assolutamente NON fare.
Uno storyteller ha il compito sì di dirigere i suoi personaggi, ma di farlo facendo in modo da dare loro una certa libertà d’azione, un’apparente imprevedibilità. È ovvio che sia chi scrive la storia a decidere quali direzioni prenderà, ma la sua bravura sta nel non farlo indovinare né ai suoi personaggi (a meno che non sia un’opera in cui il cast ha una certa onniscienza di base) né, soprattutto, farlo indovinare al pubblico da pagina uno del romanzo o dal primo minuto della pellicola.
Anche se difficile, anche se siamo affezionati al nostro cast, dobbiamo farli dubitare, far prendere loro anche le scelte sbagliate: senza ostacoli, senza situazioni che fanno crescere o anche involvere i personaggi, la storia filerebbe liscia come l’olio e perderebbe di mordente. A nessuno piacerebbe leggere le avventure di un pesciolino rosso che nuota in circolo in una boccia di vetro, se la trama finisse lì. Se per una disgrazia della sorte, invece, quel pesciolino incappasse nello scarico del cesso, finisse in mare aperto e si disperasse per trovare un modo di ritornare a casa dalla sua famiglia di umani, avremmo invece il la per seguire le sue avventure. Non sempre il conflitto dev’essere alla base di una storia perché questa risulti interessante, ma anche provando a trovarne una che non ne ha, in narrativa non ci sono molti esempi di storie appassionanti senza alcun ostacolo per i protagonisti. Persino i Promessi Sposi parte da un intoppo, e lo stesso Manzoni ammette che a raccontare la vita serena dei protagonisti al termine delle loro peripezie sarebbe di una noia colossale.
Queste due storie hanno più punti in comune di quanto non si crede.
Ma anche porre i personaggi davanti a situazioni sempre all’estremo, perennemente in bilico tra la vita e la morte, diventerebbe un meccanismo prevedibile perché, pur che forte o originale, lo schema di base finirà per diventare ugualmente uno schema ripetitivo. Se abbiamo intuito dal minuto uno che il protagonista rischia di perdere una gamba ad ogni curva del labirinto in cui è rinchiuso, non ci aspetteremo altro fino alla fine del film, a meno che non riesca a trovare una leva che disattivi le trappole. Anche se queste ultime saranno tutte differenti, se lo schema è sempre lo stesso – il protagonista gira la curva, trappola, il protagonista si salva per il rotto della cuffia – finiremo per saltare pagine solo per vedere se l’eroe riesce ad arrivare o no alla benedetta uscita del labirinto.
La prima stagione del Trono di Spade è generalmente più apprezzata dell’ultima, perché non eravamo ancora abituati al sistema di uccisioni messo in piedi dall’autore. George R. R. Martin non si ferma davanti alle simpatie del pubblico, eliminando nemici, amici e comparse casuali in maniera indiscriminata, seppur calcolata. Ma nel primo arco narrativo questo meccanismo appare come assolutamente naturale, perché nella vita stessa la morte non fa differenza alcuna tra le sue vittime, perché gli incidenti avvengono sia ai buoni che ai cattivi, e spesso i piani di questi ultimi riescono perché non sono progettati da gonzi. Nell’ultima stagione, invece, appare forzato, messo in piedi solo per dare il brivido della sorpresa al pubblico che si aspetta già le morti eclatanti, marchio di fabbrica della serie. E perde dunque non la novità, ma l’originalità e soprattutto l’apparente naturalezza che lo caratterizza.
La narrativa è un gioco di apparenze: noi sappiamo già dal minuto zero che c’è una mente dietro il tutto, che stabilisce cosa succederà da pagina uno sino all’epilogo, ma sta alla bravura di questa mente dietro la macchina da presa o la penna farci dimenticare che ha già deciso tutto lei, e farci godere il viaggio ignari di ciò che accadrà, proprio col desiderio di vedere ciò che accadrà.
Aftershock, film di Eli Roth, si basa sul terremoto in Cile del 2010, ma è un film trash a dir poco, che invece di mostrare personaggi realmente segnati dalla vicenda e come vi reagiscono, sfrutta la catastrofe per mostrare classiche scene di violenza scabra e gratuita, da film di infima qualità. E poco m’importa che Nicolás López, il regista, volesse descrivere una società andata allo sbando in una manciata di secondi: il pubblico vuole la viulenza, gli stupri e i cazzoni ‘mbriachi che rimorchiano in disco! Chissenefrega delle vittime reali del disastro! Dall’apertura del film sappiamo già che piega prenderà ogni singolo personaggio, e non m’importa neppure dell’eventuale basso budget messo a disposizione per la realizzazione di questo film, perché non giustifica la sceneggiatura francamente svogliata.
Padrenostro, film di Claudio Noce e altrettanto ispirato a eventi reali come pure Aftershock, al contrario è più originale di Gli anni più belli: è originale nel suo attuare la visione complessiva dell’evento familiare e dell’evento storico dal punto di vista di un protagonista bambino, comprese le mancanze dettate proprio dai limiti di un protagonista bambino, rinunciando ad un’onniscienza che saprebbe di ridondante. Non rinuncia alla trovata dell’amico simil-Lucignolo, ma non la banalizza, né infarcisce di più pesantezza del dovuto i rapporti tra i familiari, spesso trampolini di lancio per drammoni che sanno ormai di stantio, tra madri apprensive e manesche, padri autoritari e maneschi, e fratelli minori e ingenuotti sotto l’ala di tormentati fratelli maggiori, poi alla fine non così tanto tormentati, semplicemente annoiati. E per questo, da appendere per le orecchie.
Gli anni più belli non rinuncia ai soliti standard, invece, ma come non prova a reimpastarli in salsa diversa, non prova nemmeno a rinunciare ad uno solo dei cliché del caso, ficcandoli tutti quanti nel metraggio limitato della pellicola. Vuole fare tutto e tutto insieme, col risultato che finisce per non fare un bel niente, se non un inutile giro su se stesso, perché già dal minuto uno indoviniamo che percorso di vita faranno i protagonisti, che ovviamente si ritroveranno sul finale. Un po’ come un pesce in una boccia di vetro a forma di labirinto, che percorre sempre le stesse strade solo apparentemente infinite.
Tu, tu, tu e pure tu! (e tu!)
Ogni personaggio dovrebbe volere almeno una cosa, fosse anche uscire dalla propria situazione sociale per salire ad una migliore, per andare sul classicissimo.
È così che funzionano le persone nella vita reale, dopotutto, anche tu che leggi hai una qualche cosa che ti muove: leggerai quella pagina della Divina Commedia stasera, così l’indomani la prof all’interrogazione ti metterà la sufficienza; più tardi andrai a fare la spesa perché se no non hai niente da mangiare per cena e non vuoi dormire a stomaco brontolante; ti spacchi la schiena in sei anni e più di università per arrivare un giorno a curare le persone, perché senti che quella è la tua vocazione.
La motivazione è alla base di ogni personaggio, di quel che fa e di quel che pensa: Voldemort ha paura della morte, ecco perché si reca a uccidere il bambino profetizzato come futuro responsabile della sua fine; la Esmeralda del film Disney è in rivolta contro il sistema sociale dell’epoca perché ingiusto e castrante, e sa che la libertà dev’essere di tutti, non solo di pochi, ricchi, maschi e senza difetti fisici.
Sono le motivazioni a muovere i personaggi, i loro desideri, i loro obiettivi e anche le loro paure; influenzano i loro caratteri, rendendoli nettamente più interessanti, altrimenti se ne stanno a vegetare su un divano e tanto gli sta bene. Che ci fregherebbe di leggere di un Jim Hawkins che ne L’isola del tesoro rimane con la madre, invece di decidere di andar per mare col dottor Livesey e il cuoco Silver? O di vedere Il Gobbo di Notre Dame, se Quasimodo non sceglie di ribellarsi a Frollo e alla sua crudeltà?
Non ci importerebbe niente, perché a nessuno piace un protagonista passivo, mentre tutti seguiamo più che volentieri una storia che si modifica grazie alle decisioni dei suoi personaggi. È molto più esaltante, e gratificante, leggere una storia conflittuale, indipendentemente dal suo epilogo, piuttosto che una in cui non c’è un solo ostacolo e va sempre tutto bene. O peggio, una in cui gli ostacoli ci sono, ma li vedi segnalati dalle quattro frecce e il triangolo luminescente in mezzo alla carreggiata. Che sorpresa ci sarebbe?
I protagonisti de Gli anni più belli non sono passivi. Sono peggio, dei veri e propri burattini. Perché è la trama a muoverli, invece che loro a muovere la trama. E per questo risultano ancora più frustranti che se fossero semplicemente in balia degli eventi, perché potrebbero fare quel qualcosa che smuoverebbe un minimo una trama spicciola già di per sé, ma non la fanno. Sono costantemente sul ciglio di poter fare qualcosa di interessante, ma invece si ritirano nel guscio più sicuro del personaggio standard da classico film drammatico italiano, facendo costantemente finire me sul ciglio di una crisi di nervi, perché non è possibile essere più scemi di così, e invece lo dimostrano continuamente.
Non aspettatevi che mi ricordi come si chiamano i personaggi in sé, altra controprova di quanto questa storia mi abbia annoiata.
In sintesi: Rossi Stuart non ha spina dorsale, Favino è stereotipato a stecca, persino nel suo personale plot twist, ma meno di una povera Ramazzotti che più che compatita, finisce per risultare irritante. Santamaria è l’unico che strappa un po’ di simpatia nello spettatore, forse solo perché i guai che il suo personaggio passa sono più condivisibili dal pubblico medio in sala, idem per la tanto temuta Emma Marrone risultata infine innocua, e che a me personalmente non è dispiaciuta, non avendo recitato come un blocco di legno, anche se pure lei ha una caratterizzazione montata coi mattoncini dei Lego ma con un pezzo fondamentale perso per strada.
Ogni personaggio, o quasi, ricade in uno stereotipo – nulla di tragico come scelta: Pacific Rim ad esempio è un film stupendo con protagonisti pescati dallo stock di stereotipi, ma con una forte caratterizzazione, che parte da una base “conosciuta” e, attraverso le vicende e le scelte, li porta a evolvere in direzioni originali.
Film di alieni cugini di Godzilla e robottoni termonucleari diretto da nientemeno che Guillermo del Toro! Sì, l’ho visto almeno tre volte e sì, ve lo consiglio.
Ma ne Gli anni più belli questi stereotipi, a differenza di quelli in Pacific Rim, non escono dai confini di ciò che ci si aspetta da personaggi del loro calibro: restano sempre gli stessi, dall’inizio alla fine della storia, non importa quanti accidenti capitino loro lungo la pellicola.
Rossi Stuart è il cane bastonato di buon cuore; Favino è il rebel without a cause che una causa la trova infine nel mondo esattamente opposto a quello da cui proviene; Santamaria è il bonaccione sfigato dalla parabola discendente che infine ascende; la Ramazzotti è sfigata quanto gli altri, ma in quanto donna le è preclusa l’autonomia di trovarsi un percorso da sé, affidandosi sempre ad un altro personaggio maschile. Non venite a dirmi che non è così. Solo il personaggio di Emma pare prendere decisioni tutte da sé. Persino i figli dei protagonisti non sono altro che espedienti per far mandare i personaggi principali nelle direzioni volute dal regista: non hanno personalità se non quella di seguire o respingere i genitori, e che sul finale paiano per un istante fare da specchio ai quattro protagonisti non basta a redimerli, dato che è una frazione di secondo pressoché inutile. O forse solo la mia impressione.
Quale che sia, bocciati su tutti i fronti.
Tutto il resto è fuffa
Domanda fondamentale: che cosa tiene legati i protagonisti, tanto da vedersi volontariamente o scontrarsi per altrui decisione nell’arco di quarant’anni?
Sinceramente, non l’ho capito.
Anche qui, le cose vanno così perché “devono” andare così: la scena iniziale in cui i tre ragazzi si incontrano SALTA direttamente a quella successiva delle loro vacanze, senza farci vedere come i tre sono diventati amici del cuore, e lasciando me abbastanza confusa, perché un conto è portare una persona ferita in ospedale, un altro è fare la sua conoscenza.
Cosa spinge i due ragazzi a diventare amici del Sopravvissuto? Lo vanno a trovare continuamente in ospedale perché si sentono responsabili, continuano a sentirsi e vedersi anche dopo che ne esce? C’era anche un quarto, che a una certa prende e se ne va perché si annoia? Non lo sappiamo, perché il regista non ce lo fa vedere: lo dà per scontato, GRAVE ERRORE di qualsiasi storyteller.
Si possono lasciare dei buchi di trama, ma a patto che NON siano FONDAMENTALI.
Da dove nasce l’energia magica nei maghi e streghe in Harry Potter, ci frega poco: sappiamo che esiste, che per gli umani si incanala attraverso le bacchette (parlando soltanto dell’universo dei libri) e tanto ci basta, la saga letteraria si incentra su altre cose. In Ritorno al futuro, la spiegazione del viaggio temporale è assolutamente semplicistica: sappiamo che è certo che si può andare avanti e indietro nel tempo, e tanto ci basta anche qui – a noi non-laureati in fisica, se non altro – per accettare come verosimili le disavventure dei protagonisti. Nessuno sa la composizione esatta del siero del super-soldato che rende Steve Rogers il futuro Capitan America, ma quanto è importante ai fini della storia che la formula chimica sia scientificamente accettabile? Tecnicamente non molto, visto che i buoni impediranno a tutti i costi ai nazisti di replicarla, ed è su questo conflitto che giocano fumetto e film.
Perché gli animali sanno parlare la nostra lingua ne La gabbianella e il gatto? Come fanno a farsi capire dagli umani? Non viene spiegato, ma è un buco di trama che non pregiudica la storia nella sua interezza, perché non è un elemento fondamentale dell’impianto generale.
Quel che viene dato per scontato, qui, è qualcosa che ha al massimo un rigo di spiegazione, ma intanto ce l’ha, e come in un trucco di prestigio riuscito, chi narra la storia ha fatto ben deviare la nostra attenzione sul viaggio dei protagonisti, che al contrario è esplorato in ogni aspetto.
In Pacific Rim – La rivolta, si è voluto retconnare un nuovo personaggio come figlio di un personaggio del film precedente. Ma è un buco di trama grande quanto la fossa delle Marianne, perché stravolge personaggi del primo film che, altrimenti, avrebbero tenuto comportamenti ben diversi; è un espediente che appare senza senso perché non ha appigli precedenti nella trama in modo da giustificare la sua presenza. In altre parole: è campato per aria e manda in confusione sia me, che un worldbuilding già fissato.
Retconnando questo personaggio come figlio sconosciuto e introdurlo al cast originale avrebbe avuto più senso, che vedere i protagonisti che fino al film prima erano completamente ignari della sua esistenza comportarsi invece come se lo conoscessero da sempre, dando appunto per scontato questo nuovo personaggio di cui al contrario non sappiamo un bel niente, né da dove esce fuori, né perché si ritrova in mezzo alla storia. Ho passato una buona mezz’ora a chiedermi se la fede portata dal Marshall al dito fosse un indizio che preannunciava Jake, per poi lasciar perdere del tutto perché non ha comunque un senso.
Gli anni più belli è una carrellata dei momenti salienti delle vite intrecciate dei quattro protagonisti, ma manca dei punti di connessione tra uno snodo narrativo e l’altro, come una videocassetta che va a scatti. Pare più la bozza che solitamente realizzo per le mie storie: contiene i colpi di scena con cui direzionerò la trama, ma questi costituiscono solo un quarto dell’intreccio della storia, ossia l’insieme degli eventi totali (per come vengono presentati dall’autore, e non in ordine rigorosamente cronologico: quello, altrimenti, è detto fabula. Lo preciso solo per amore di pignoleria).
Sui quattro, l’unica storia che mi è parsa sviluppata grosso modo in quasi tutti i suoi aspetti, è quella del personaggio del Santamaria, fatta eccezione per l’epilogo. Certo, si può e si deve tagliare sugli aspetti superflui – l’esempio più ovvio è il non mostrare quante volte i personaggi vanno in bagno o si fanno la doccia: del tutto ininfluente alla storia, a meno che quella volta in cui si recano al cesso questo non salti per aria, o non sia previsto dalla trama che vengano ammazzati mentre si insaponano i capelli.
Ma se mi tagli l’evoluzione dei rapporti tra i personaggi, mostrando solo quando s’incontrano, quando scopano e quando litigano, non mi ci fai affezionare.
Non è fuffa, quella che sta in mezzo a un’urlata e l’altra tra i protagonisti: se non racconti i tuoi personaggi, cosa farai amare al tuo pubblico? Cosa avrai tu da narrare per un’ora e mezza o duecento pagine, alla buona? Molto poco, uno schemino in cui si possono sostituire i protagonisti con chiunque e la storia non cambierebbe di una virgola, perché non c’è una personalizzazione delle azioni. Di fronte a un problema, i protagonisti si comportano tutti e quattro alla stessa maniera, ovvero scappando via o facendosi subissare dall’ostacolo. Per questo non capisco che razza di evoluzione vanno vantando alla fine del film, se non sono cambiati dal minuto uno della pellicola.
Il manga (poi trasporto in anime) Death Note, di Tsugumi Ōba, è meraviglioso da questo punto di vista: nessun personaggio ragiona in maniera identica a come farebbe un altro. Anche perché rischiano la buccia ad ogni capitolo, i veri problemi sono altri…
Caratteri diversi reagiscono in maniera diversa agli eventi – ed è per questo che adoro così tanto il mondo della narrativa, perché è meravigliosamente poliedrico. In una gara di cucina, Nonna Papera preparerebbe un piatto perfetto, Ciccio finirebbe per mangiare gli ingredienti, Paperino scivolerebbe tre o quattro volte e in preda all’incazzatura spaccherebbe lo studio televisivo.
Del personaggio del Santamaria, se non altro, viene raccontato come conosce i suoi futuri migliori amici, la sua futura moglie, il percorso dei guai che passerà. Gli altri tre, al contrario, paiono seguire la regola del “perché deve andare così”: non viene mostrato come prendono le loro decisioni, nemmeno come si innamorano di altri personaggi, è tutto così impersonale e in grado di suscitare così poche emozioni e così pochi dubbi su cosa succederà di volta in volta che posso sostituire i protagonisti cogli ultimi vincitori di Sanremo e uscirebbe ‘na cosa leggermente più divertente perché assolutamente ridicola. Ma la sostanza cambierebbe di poco, perché è veramente poca di per sé.
Sentite: quell’incubo di After ha avuto sia la pubblicazione in cartaceo che la trasposizione al cinema. Non vedo perché non ci meriteremmo una storia trash tutta italiana su due soggetti che si perdono durante un Erasmus.
In conclusione: poteva essere un altro grande classico del dramma all’italiana, ma salvati gli aspetti puramente estetici, risulta più essere un grande riassunto della categoria cinematografica. E lo trovo un peccato, perché a me le canzoni di Baglioni piacciono.
-Hoshiko
La compilation degli [OMISSIS]
Parte assolutamente SPOILER per chi non ce l’ha fatta ad arrivare fino in fondo al film. Io sì, perché con la quarantena avevo un sacco di tempo a disposizione (ma non la voglia di aggiornare questo blog, a quanto pare). Non c’è una funzione per nascondere gli spoiler, o comunque io non l’ho trovata, dunque inserierò uno spazio vuoto gigantesco prima della mia lista di OMISSIS, così chi vuole può salvarsi in tempo.
Questa sarà più che altro una raccolta di mie perplessità in merito a certe scene: se vi va, nei commenti scrivetemi se hanno perplesso anche voi, o magari una spiegazione a quelle che io non riesco davvero a spiegarmi da quale cappello Muccino le abbia tirate fuori.
♪ un ragazzo non può avere la passione dell’ornitologia in Italia e non beccarsi MAI, su due ore di film, la battuta a sfondo sessuale più abusata dai tempi del primissimo cinepanettone. Non è realistico, questo.
♫ i personaggi che fanno da narratori rivolgendosi direttamente al pubblico: non mi è sembrata una scelta terribile, anzi, non la vedo tanto spesso nei film o nelle serie tv, e superati i primi secondi di straniamento risulta anche un espediente piacevole.
Ma ho pregato fortissimamente che non parlassero almeno durante le scene di sesso E INVECE L’HANNO FATTO. PER BEN DUE VOLTE. È in momenti come questi che vorrei esistessero i Men in Black per sparaflasharmi via dalla mente quelle due scene TREMENDE, peccato che la loro esistenza è ancora un segreto governativo.
♪ ripreso da certe angolazioni, il Rossi Stuart pareva avere la stessa pettinatura di Bugo. E non sono più riuscita a togliermi neanche questo felice parallelo dalla testa fino alla fine del film.
♫ il personaggio della Ramazzotti che si dà alla droga: perché? Non viene mostrata la sua vita come misera e triste, anzi, è il suo stesso personaggio ad ammettere che le piace una vita così sregolata (hi Vasco!). Si droga per sopportare un compagno violento? Questa situazione viene sì mostrata, MA molto dopo. Quindi lo fa perché ne ha voglia e basta? La sua giustificazione è «erano anni strani». E la mia risposta a questa risoluzione insipida è meh.
Sarebbe stato interessante, e originale, vedere un personaggio una volta tanto femminile cadere nel tunnel della droga, la miseria contro cui sbatte, e risalirne, ricominciare una nuova vita. Peccato che la faccenda viene liquidata in quattro e quattr’otto con lei che fugge dal compagno manesco e torna a Roma. Mi sa che Muccino non ha visto Requiem for a Dream.
♪ il compagno manesco della Ramazzotti che fine fa? Liquidato anch’esso nel nulla.
♫ che senso ha per il padre del personaggio di Favino essere così spiccatamente ostile verso il figlio? Non ci viene mai mostrato, al che per me non ha senso.
Viene data per scontata la mentalità patriarcale autoritaria di quei tempi. Avrebbe avuto senso se, ad esempio, il figlio fosse stato frutto di un’adulterio della moglie, e quindi odiato dal padre perché costante ricordo di un tradimento. O se non fosse stato suo figlio e basta, ma un aiutante che si prende troppe libertà. Non mi basta quel «a casa mia le cose si risolvevano con la cinghia» per farmi provare pena verso un dramma familiare visto per due secondi.
♪ il progetto di vita che unisce i quattro protagonisti da giovani è riparare l’automobile che poi perderanno anche, ma oltre a questo, perché i quattro sono effettivamente amici? Non vengono visti interagire tra loro oltre che per il personaggio della Ramazzotti e per l’automobile, per cui mi riesce difficile credere che, a macchina sparita, siano restati amici, perché non ho visto che avessero poi molto di cui parlare assieme.
♫ non esiste che un professore talmente impostato come il personaggio di Rossi Stuart venga ascoltato e apprezzato dai suoi alunni.
I suoi monologhi retorici sono giustamente ignorati all’inizio della sua carriera, perché da dei ragazzetti delle medie non puoi aspettarti la soglia d’attenzione di un’aula di conferenzieri o universitari. Ma il personaggio-maestro non si evolve, non lo vediamo venire a patti con l’effettiva realtà degli alunni che gli capitano, ed è perciò fin troppo utopistico il suo finale realizzato. Inutile dire che vedere qualche sua disavventura scolastica in più sarebbe stato interessante e utile allo sviluppo del personaggio. E ovviamente, nisba. Sigh.
♪ il divorzio tra Emma e Santamaria: data la situazione precaria di lui, lei non poteva comunque trovarsi un altro lavoro? Fare l’attrice, anche se in parti minori, mi pare pregiudicasse qualcuno solo all’epoca di Shakespeare. E se sono una coppia relativamente felice, fare a turni per badare al marmocchio non dovrebbe essere un gran trauma per nessuno. O affidare il figlio ai nonni, che pure appaiono. Niente, tutto dramma gratuito.
♫ come ha fatto alla fine il figlio del Santamaria a riconciliarsi col padre? E perché da ragazzo lo detesta, se da bambino manteneva comunque i contatti? Cinque minuti di minutaggio rubati alle TREMENDE scene di narrazione durante le scopate e non sarei andata in confusione, Gabrie’. Ti servivano cinque minuti.
♪ PERCHÉ L’UCCELLINO DOVEVA MORIRE?! Questo è stato il colpo più basso di tutti. Il Rossi Stuart è già abbastanza sfigato con tutto quello che gli capita, poraccio, questa gliela si poteva risparmiare.
Scherzi a parte (più o meno), la scena dell’uccellino che torna dalla Ramazzotti e la scena dei suoi personaggi che risalgono la scala è il pezzo di bravura migliore del film, a mio parere. Finché non gli si piazza davanti il Rossi Stuart con un’espressione talmente monotòna che dal trailer pensavo fosse il marito che l’avrebbe menata.
♫ guardare la tragedia delle Torri Gemelle e pensare alla tipa che vorresti scoparti da ‘na vita rivela soltanto la pochezza sconfortante del personaggio del Rossi Stuart. E mi dispiace per lui.
♪ come pure è sconfortante la pochezza della sua vena creativa: sei un letterato, un sognatore, un citazionista, e come poesia per l’amata te n’esci con un banalissimo «sei tutto per me: il cielo, la terra, l’aria». Tristezza.
♫ per ultima, la scelta di far ripercorrere quarant’anni della storia italiana. Apparentemente una scelta inutile, perché, pur con l’espediente di porre degli spezzoni televisivi come “segnalino” delle varie tappe storiche, forse solo il Mondiale in corrispondenza del ritorno della Ramazzotti è un evento che tocca personalmente i personaggi. Nessuno di loro è coinvolto in alcunché, ma anche per questo la considero una scelta stilistica tutto sommato innocua: il focus del film è l’intreccio delle vite dei quattro protagonisti, innanzitutto, e come per loro, le vite di molti di noi non vengono neppure sfiorate dagli eventi storici, se non dallo schermo di un telegiornale.
Midori here! È da un sacco che non pubblico un articolo su questo blog… ma quale occasione migliore per rimediare se non con l’imminente uscita della seconda stagione di una serie che è tra le mie preferite? Esatto: sto parlando proprio di Cells At Work!
1 2 3 4 We Are Cells at Work! 1 2 3 4 We Are はたらく Fuu!
Io, che da bambina ho visto tutte le puntate di Esplorando il corpo umano, ho… urlato. Quando, qualche anno fa, ho scoperto che in Giappone era in corso un’intera serie animata con protagoniste delle cellule del corpo umano, bon: nel giro di poco tempo ho recuperato ciò che avevo perso (puntate anime sul canale YouTube della Yamato Animation + tankōbon pubblicati in Italia). C’è da ammetterlo: è una serie davvero particolare.
(La copertina del primo volume del manga!)
Partiamo dalla trama sulla quale, a dire il vero, non ci sarebbe molto da dire. È molto semplice: è la storia delle cellule del nostro corpo, rappresentate in forma antropomorfa, e della loro routine, cioè sul lavoro che esse svolgono ventiquattro ore su ventiquattro. Ogni episodio si concentra su un particolare aspetto di ciò che può accadere all’interno del corpo, ad esempio in caso di tagli o di sintomi influenzali. Trama che, a pensarci bene, abbiamo già visto e rivisto da molti anni. Ad esempio con Siamo fatti così/Esplorando il corpo umano (titolo originale: Il était une fois… la Vie), acclamata serie educativa creata da Albert Barillé nel 1987: personaggi antropomorfi che rappresentano cellule, e puntate incentrate sulla struttura e le diverse funzioni del corpo umano.
(Serie, tra l’altro, che io ho adorato tantissimo. Mi ricordo che, da piccola, era sempre un piacere guardare e guardare ancora le puntate… <3)
Poi, nel 2001, è giunto Osmosis Jones, film a tecnica mista, dal quale è nata la successiva serie animata Ozzy & Drix. Anche qui, stessa cosa: cellule con aspetto antropomorfo, ciò che succede all’interno del corpo umano in presenza di batteri e altro…
(Suvvia: dove lo trovate un agente… così? :3)
Così arriviamo nel 2015, anno in cui Hataraku Saibou (Cells At Work!) di Akane Shimizu ha fatto il suo debutto in questo panorama. La novità? Prima di tutto, credo che sia il primo manga che parla di questo argomento. (Se invece ve ne sono altri, in tal caso vi chiedo la cortesia di segnalarmelo). Secondo: in un certo senso, sembra che l’autrice si sia quasi divertita a mescolare elementi provenienti dai suoi predecessori. Combinando l’azione di Osmosis Jones e gli insegnamenti di Esplorando il corpo umano, Hataraku Saibou è risultata essere una serie vincente, tanto è vero che non solo sono state prodotte ben due stagioni della serie animata, ma ne sono scaturiti anche tanti spin-off – ma ne parleremo a breve. In questa serie AE3803, una giovane nelle vesti di un globulo rosso, ne passa davvero di tutti i colori: durante il suo lavoro di trasporto dell’ossigeno è facile che si imbatta in batteri di ogni genere, che la fanno fuggire a destra e a sinistra. In suo soccorso arriva sempre un globulo bianco, U-1146, il cui compito è quello – appunto – di sterminare germi e batteri di ogni tipo. Nonostante l’ingente presenza di globuli rossi e globuli bianchi, i due finiscono sempre per incontrarsi. (E non solo: spesso incontrano i loro “colleghi di lavoro”, personaggi che finiscono per essere ricorrenti come la carinissima Piastrina con le sue compagne d’avventure, l’elegante – ma letale – Macrofago, il battagliero Linfocita T Killer con i suoi sottoposti, e così via.)
Cellule di una carineria incredibile. ❤ (Dallo special “Sindrome influenzale” dello scorso 26 dicembre 2018.)
Dunque: se siete amanti del genere, grazie alla Yamato Animation potete vedere tutti gli episodi finora usciti – in simulcast con il Giappone, signori e signore! – sul canale ufficiale, comodamente seduti dal vostro divano, mentre sorseggiate una buona tazza di tè alla maniera della cellula T Helper. Grazie, Yamato Animation. Davvero, grazie. (ㅅ´ ˘ `)♡~
(Per citare Federico Carta su YouTube: «Remember “esplorando il corpo umano”? This is him now. Feel old yet?»)
Se invece siete interessati al manga, la Star Comics si è occupata della versione in italiano dei cinque volumi finora usciti. Qui il link!
Ma non è finita qui. Dato l’enorme successo di questa serie, ben presto alla serie principale si sono accostati alcuni spin-off, che analizzano alcuni aspetti non ancora evidenziati in Hataraku Saibou, o ne approfondiscono altri con maggiore minuziosità nei dettagli. Al momento ve ne sono ben otto, e di alcuni di essi è uscita una traduzione ufficiale in lingua inglese. Di seguito vi lascio una breve descrizione e il link della casa editrice Kodansha Comics, così se siete curiosi di qualcuno di essi potete dare un’occhiata al primo capitolo disponibile gratuitamente sul sito. Pronti? Via!
Hataraku Saikin (Bacteria At Work) è una serie incentrata sui batteri che popolano il nostro organismo, in particolare di quelli che vivono nel microambiente intestinale. Qui, infatti, vi sono batteri cosiddetti “buoni” che aiutano il processo digestivo e che sono in stretta interconnessione con le cellule intestinali del corpo, ma anche quelli “cattivi” che tendono a distruggerlo. Ebbene: questa serie parla proprio della quotidiana lotta tra queste due fazioni, il tutto con uno special guest come narratore: il granulocita neutrofilo U-1146. Esatto, proprio uno dei protagonisti di Hataraku Saibou! XD La serie (conclusa da poco in Giappone) comprende sette volumi; qui il linkdella traduzione ufficiale in inglese. Piccola curiosità: su Tumblr è stata pubblicata un’approfondita recensione di Retsuya. Vi consiglio di darci una lettura: non ve ne pentirete!
Hatarakanai Saibou (Cells NOT At Work!) si concentra invece sugli eritroblasti, i futuri globuli rossi che non hanno ancora espulso il loro nucleo. La particolarità di questa serie è che ha come protagonisti degli eritroblasti… che non lavorano. O, meglio, che non hanno voglia di lavorare, cioè di subire quel processo di enucleazione che li porta all’espulsione del loro nucleo e, dunque, alla loro successiva attività di trasporto dell’ossigeno che invece vediamo in Hataraku Saibou. La serie (in corso) è giunta al suo terzo volume; qui il link della traduzione ufficiale in inglese.
Hataraku Saibou BLACK (Cells At Work! CODE BLACK) è uno degli spin-off più popolari, al punto che è stato annunciata l’uscita di una serie animata a partire dal 9 gennaio 2021, insieme alla seconda stagione di Hataraku Saibou.
Un’efficace sintesi di quel che succede quando non ci prendiamo abbastanza cura di noi stessi.
Si tratta di una storia dai toni più dark rispetto alla serie principale, ambientata nel corpo di una persona che non ha molto a cuore la sua salute, dato che fuma e beve tanto, non fa esercizio e ha alti livelli di colesterolo e di stress, con i potenziali rischi che ne conseguono e i vari trattamenti medici atti a risolvere questi problemi. La serie (in corso) è giunta al suo settimo volume; qui il link per la traduzione ufficiale in inglese.
Hataraku Saibou FRIEND (Cells At Work and Friends) ha come protagonista un Linfocita T Killer che cerca di avere degli amici… ma, allo stesso tempo, non vuole rovinare la sua reputazione di persona dura e severa. (A chi ha già seguito la serie principale: vi ricorda troppo un certo T Killer di nostra conoscenza, vero? XD) Una serie molto più leggera, sulla falsariga di Hataraku Saibou, che arriva a raccontare anche aspetti più intimi della vita di queste cellule, come feste tradizionali, vacanze al mare e così via. La serie (in corso) è giunta al suo quarto volume; qui il link per la traduzione ufficiale in inglese.
Hataraku Kesshouban (Cells At Work! Platelets) è una storia raccontata dal punto di vista delle piastrine protagoniste di Cells At Work. Essendo loro le protagoniste, aspettatevi qualcosa di molto simile alla serie principale: storie di vita quotidiana, con tanta carineria in pieno stile “piastrina”, appunto. Anche se non mancano momenti… seri, soprattutto da parte della loro leader. :3 La serie (in corso) è giunta al suo secondo volume; qui il link per la traduzione ufficiale in inglese.
Hataraku Saibou BABY (Cells At Work! BABY) è ambientato nel corpo di un neonato, da poche ore prima del parto fino ai primi mesi di vita. Qui, per simboleggiare l’ambiente dove si trovano, tutte le cellule sono rappresentate in stile chibi, e la maggior parte di loro si mostrano alle prime armi, come il globulo bianco ancora impaurito durante la sua ronda… La serie (in corso) è giunta al suo secondo volume; qui il link per la traduzione ufficiale in inglese.
Hataraku Saibou LADY (Cells At Work! LADY) è ambientata nel corpo di una donna, dunque si concentra sugli aspetti che accomunano ogni donna nel mondo: mestruazioni, gravidanza… il tutto raccontato dal punto di vista di alcuni membri del sistema immunitario, tra i quali spicca un Macrofago vestito come un maggiordomo… Di questa serie (in corso) è stato pubblicato un volume; attualmente non esiste una traduzione ufficiale in lingua inglese.
Hataraku Saibou WHITE (Cells At Work! WHITE) è il più giovane degli spin-off di Cells at Work, iniziato da poche settimane. Protagonisti sono il gruppo dei globuli bianchi già presenti nella serie principale, più un giovane esordiente che è stato affiancato a loro per imparare a svolgere bene il suo lavoro (sulla scia di ciò che accade con i globuli rossi in Cells at Work). La serie (in corso) è ancora inedita; attualmente non esiste una traduzione ufficiale in lingua inglese.
Uno spazio a parte merita la progenitrice di Hataraku Saibou, Saibou no Hanashi (The Story of Cells), il pilot nel quale fanno la comparsa la maggior parte dei personaggi della serie, con qualche differenza. Quella più importante è l’aver sottolineato la breve durata di vita delle cellule, in modo particolare dei globuli bianchi qui rappresentati da U-1116 e il successivo U-1117, aspetto “fortunatamente” non mantenuto nella serie ufficiale perché, in alternativa, forse sarebbe risultata una storia molto più corta con gli stessi personaggi. (XD) Potete leggere la traduzione in Inglese di arminxarlert su Tumblr. Qui il link!
Concludo sottolineando il grande successo che questa serie ha avuto. Dalla semplicità ma accuratezza di contenuti per un fumetto, Hataraku Saibou sembra piacere proprio a qualsiasi tipologia di pubblico, da quello meno indottrinato a quello più avvezzo a studi scientifici sull’argomento. Ne sono testimoni diverse recensioni lasciate proprio da studenti e docenti di materie inerenti alla medicina, entusiasti di aver scoperto una piccola “perla” all’interno del panorama dell’intrattenimento educativo, mentre noi, nostalgici di Esplorando il corpo umano e di serie affini, forse in esso abbiamo ritrovato una versione “moderna” di ciò che ci veniva propinato da bambini in televisione.
Una serie avvincente, assolutamente da leggere e da vedere!
Lo sappiamo: di questi tempi, per chi è abituato ad una vita fatta di “vai di là, vai di qua”, l’obbligo di restare a casa può diventare, a lungo andare, un po’ noioso. Oggi vi suggeriamo tutto ciò che si può fare per trascorrere il tempo in questo lungo periodo, regalandovi anche un po’ di esperienza personale, perché no? (E se in queste righe ritrovate qualcosa già scritto da altri, tranquilli: ciò vuol dire che alla fine siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda! 😊)
[Nota: tutto ciò che segue vale per chi, come noi, deve restare a casa. A chi, invece, sta lavorando ancora e tutti i giorni è in giro per garantire i servizi essenziali, un forte abbraccio. Se tutti noi seguiamo le norme che il Governo ci ha imposto, allo stesso tempo riusciremo a dare una mano a coloro che stanno lavorando e rischiano ogni giorno la vita. Forza e coraggio, ne usciremo insieme!]
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[Piccoli suggerimenti per trascorrere un’intera giornata in casa… senza annoiarsi! 😉]
1) Iniziare la giornata come sempre.
Non diciamo di svegliarvi all’alba come se doveste andare al lavoro, ma nemmeno dormire fino a mezzogiorno. Il riposo è importante, ma la pigrizia no: uccide tutte le energie. Non prendete questo periodo come se fosse una lunga vacanza, altrimenti poi sarà difficile ritrovare il ritmo per quando tutto tornerà alla normalità: avete presente la sindrome del “non voglio tornare al lavoro dopo le vacanze estive”? Ecco! Perciò alzatevi, vestitevi, fate colazione (con molta calma) e poi… subito pronti per cominciare la vostra giornata!
2) Pulire e mettere in ordine la casa.
La pulizia è importante, sempre. Non solo in questi tempi difficili: in realtà si dovrebbe sempre cercare di tenere pulito il più possibile il luogo in cui abitiamo o lavoriamo. Però vi capiamo: durante le nostre routine quotidiane ci è sempre capitato di non avere mai tempo per dedicarci al luogo in cui abitiamo. Se siete ragazzi, ok: a questo ci pensano sempre i genitori, anche se in questo momento non farebbe male dare loro una mano. Ogni tanto, dedicate loro qualche minuto anche nella minima cosa (per esempio, se volete spolverare o riordinare la vostra cameretta va bene lo stesso, a loro fa sempre piacere!) Ma se siete adulti e, soprattutto, abitate da soli… bene: questo è il momento giusto per dare una nuova aria al luogo in cui vivete! Finora per motivi di lavoro o di studio non avete mai avuto tempo per pulire casa, e la sera – uff! “Sono stanco/a, non ho voglia di fare pulizie!” Ora, invece, avete tutto il tempo del mondo per farlo in totale tranquillità! Perciò armatevi di kit completo di pulizie: scopa, aspirapolvere, disinfettante, stracci… insomma, chi ne ha più ne metta! Dedicatevi anche alla lavatrice: è sempre bello sentire quel piacevole odore di pulito sui vostri vestiti. Assassiniamo i batteri che gironzolano per la casa, e diciamo addio a quelle fastidiose ragnatele che ci penzolavano sulla testa!
(Ok, forse ora abbiamo esagerato con il paragone…)
3) Cucinate.
Mettere qualcosa sotto i denti è essenziale di questi tempi. Lo sappiamo: spesso non abbiamo molta fame perché le notizie su questa situazione ci stanno mettendo sempre più sotto stress. Ma guardate al lato positivo: ora la cucina è il vostro regno! Se prima non avevate nemmeno il tempo per accendere il gas e cucinarvi un piatto di pasta affidandovi ai take away, ora avete tutto il tempo del mondo per preparare i vostri manicaretti, oppure dedicarvi a nuove ricette che avevate adocchiato prima della quarantena. Prendete il ricettario che avete sullo scaffale e, se non ne avete uno, consultate siti come GialloZafferano oppure chiedete al vostro vicino o amico qualche ricetta di un particolare piatto che avete apprezzato molto. Piatti, pizza, biscotti, pane: l’importante è avere le mani in pasta (LOL!) E non preoccupatevi se i primi tentativi rischiano di mettere a soqquadro la cucina come se fosse appena esplosa una bomba: con la perseveranza, diventerete dei cuochi provetti!
4) Suddividere il vostro tempo libero.
Dopo aver messo a posto la cucina, si intende. xD Vi piace leggere? Ora potete terminare quel libro di 650 pagine che avevate iniziato a notte fonda per poi crollare subito dopo la terza pagina; in alternativa, se frequentate siti o forum di scrittura, potete riprendere le letture che avevate lasciato in sospeso! Vi piace disegnare? Bene: ora potete farlo a volontà (ispirazione permettendo) e esercitarvi in quella posa che proprio non vi riesce! Vi piace giocare ai videogiochi? Nessun problema: ora potete riprendere la partita che avevate lasciato in sospeso 4 anni fa perché non riuscivate mai a superare quel difficile livello. E, mi raccomando: i tutorial sono molto utili ma non abusatene, altrimenti dove sta tutto il divertimento? In tutto questo potete anche: recuperare una serie TV che avevate abbandonato a causa dei vostri impegni, riprendere quel corso di lingua che avete iniziato da poco, dedicarsi al suono del vostro strumento musicale preferito o fare karaoke nella vostra cameretta, e così via. Insomma: trovate un modo per ammazzare il tempo, e vedrete come la mente smetterà con quei pensieri di “che noia, che barba, che barba, che noia” che vi assalgono subito dopo pranzo. xD
5) Tenersi in forma.
Ehi, chi l’ha detto che non bisogna farlo perché le palestre sono chiuse? Da oggi potete dire addio alla mancata voglia di esercizio solo perché “non posso andare in palestra”! Basta un tappetino (e, se non lo avete, un asciugamano va bene), qualcosa di comodo e una connessione internet. Ci sono diversi canali YouTube e anche diversi siti di palestre che stanno mettendo a disposizione molti esercizi che vi possono tornare utili. E se tutto questo ancora non vi convince… pensate che, se tutto andrà bene, l’estate è vicina: perdiamo quel chiletto di troppo (senza esagerare) per essere in forma per la breve pausa estiva!
6) Parlare con amici e parenti lontani.
Possiamo dire di essere in uno stato di guerra ma, a differenza dei nostri nonni/bisnonni, possiamo ancora comunicare con chi in questo momento è lontano. Oggi tutti noi abbiamo un telefono o un cellulare. Usiamolo ancora di più per metterci in contatto per sentirci più vicino a chi vogliamo bene, a tenersi in compagnia con messaggi e telefonate. (Per i più tecnologici, potete organizzare qualche videochiamata di gruppo.) Non possiamo abbracciarci fisicamente… ma possiamo ancora farlo virtualmente!
7) Organizzare party… da casa.
(E sottolineiamo “da casa” perché dobbiamo stare tutti a casa, mi raccomando! Niente riunioni segrete con festini o vari sotterfugi, eh!) Ricollegatevi al punto precedente: grazie alla magia di internet potete organizzare anche qualche bella festicciola con i vostri amici o parenti lontani. Scatenate la vostra creatività, decorando il luogo nel quale avete deciso di iniziare questa festa e mettendo dell’ottima musica di base di sottofondo. Piccolo bonus: qualsiasi strumento è sempre ben accetto per allietare il vostro momento di festa. Insomma: la parola d’ordine è divertirsi!
[Nota bene: il tutto deve avvenire nel massimo rispetto del vicinato. Divertirsi aiuta sempre in queste situazioni difficili, ma può diventare controproducente se questo ha come conseguenza l’infastidire gli altri. Mi raccomando: seguite sempre le regole del luogo in cui vivete!]
8) Dedicatevi ai vostri piccoli di casa.
Se siete in famiglia e avete figli piccoli… il divertimento è il doppio! Ora potete dedicarvi completamente a loro, seguendoli e aiutandoli nei compiti della scuola; dopodiché tutti a divertirvi! “E come?” ci chiederete. Non vi sembrerà, ma ci sono molti giochi che si possono fare senza uscire di casa. Per esempio i giochi in scatola, un puzzle oppure il classico mazzo di carte; per chi ha qualche console, i videogiochi vanno benissimo. E se invece non avete nulla di tutto questo, andate sul classico: il gioco del silenzio, “un due tre, stella” (in formato ridotto), “passaparola” e così via. Se invece i vostri figli sono ancora in tenera età e non vanno ancora a scuola, restate accanto a loro e seguiteli nelle loro attività quotidiane. Prendete uno dei loro giochini e divertitevi insieme a loro: costruzioni o morbidi peluche, l’importante è divertirsi insieme!
9) Terminare la giornata in modo tranquillo e sereno.
Infine, ritornando al punto di partenza… il riposo è importante! Dopo aver terminato la giornata, divertendovi con i vostri amici lontani o rilassandovi sul divano davanti al vostro film preferito, si ritorna tra le braccia di Morfeo. Anche qui la raccomandazione è la stessa: mai andare a dormire troppo presto o troppo tardi, è fondamentale rispettare come sempre le minime 6 ore di sonno per permettere al corpo di rigenerare le energie durante la fase notturna, così da svegliarsi in ottima forma. Il tutto, però, dipende da voi: ciò che conta è trovare il giusto equilibrio per la vostra salute!
Questo è quanto. E un’ultima raccomandazione: rispettiamo tutti le regole, così presto vedremo i miglioramenti e prima usciremo da questa difficile situazione. Keep calm… and stay home!