Sì, lo sappiamo: continuano i dibattiti sul festival della canzone in bottiglia, ma della questione continuerà a fregarmi meno di zero. Vedrò solo la puntata in cui si esibiscono tutti-tutti i cantanti, come faccio da tre anni a questa parte, e forse anche quella dei duetti, se la riterrò abbastanza interessante (qui e qui due buoni motivi per aver visto i duetti del VentiVenti). Per il resto, i miei radar si riattiveranno in automatico alle nuove sull’Eurovision, sperando che ce ne saranno almeno in riguardo all’edizione dell’anno prossimo.
Passando alla sustanzia di quest’articolo: Il Trono di Spade (Game of Thrones per i rompiballe cui non piacciono le traduzioni) è forse la serie medieval fantasy più basica che abbia mai visto, mentre Emerald City ha un impianto tra worldbuilding e personaggi che fa paura.
…abbassate per un secondo l’hype personale e torce e forconi, ora mi spiego. O meglio, lo farò in risposta alle obiezioni più probabili alla mia affermazione di sopra. È il metodo più facile e veloce.

Ma GOT non è il solito fantasy canonico!
Vero: non ci sono orchi, streghe o elfi, non c’è la magia come canonicamente intesa, e quei tre draghi che si vedono sono trattati alla stregua di animali reali come cani e cavalli. Ma nemmeno c’è uno sforzo d’immaginazione in più: la serie è targhettata come “fantasy” persino da Wikipedia, per volersi appellare all’ultima spiaggia, e dunque da una storia fantastica io mi aspetto legittimamente un po’ di fantasia.

La magia, seppur presente, funziona convenientemente in accordo alle vicende dei protagonisti: oltre agli “incantesimi” di Melisandre, che servono solo a far andare la trama in certe direzioni, e quelle briciole di magia un poco diversa negli episodi riguardanti la Casa degli Eterni, ma mai più mostrata o indagata, non c’è molto altro sforzo creativo verso il fantastico. Che si riduce quindi a un elemento del worldbuilding che, seppur presentato come importante e rivoluzionario per il mondo in questione, si riduce invece a piatto e senza sorprese – esattamente tutto quello che il fantasy non è, e soprattutto che deve impegnarsi a non essere.
Re, regine e tutto il carrozzone medievale, li posso trovare anche in un romanzo storico. Che non è l’equivalente di fantasy, come dice l’aggettivo stesso. Quanto agli Estranei, non sono né più né meno che zombies messi sotto ghiaccio. I figli della foresta o i warg erano almeno un bell’esempio di fantastico: non propriamente originale, ma se non altro con quell’elemento di mistero cui potersi benissimo appigliare per un worldbuilding leggermente più ricco. E hanno fatto la fine di una possibilità sprecata solo per concentrarsi sul gioco della poltrona appuntita. A questo punto, che senso ha avuto l’impianto fantastico in una storia che poteva esistere benissimo senza?

C’è una profezia o un rituale che risolve ogni cosa quando serve al protagonista: non c’è più la sorpresa promessa all’inizio, e non bastano i tre draghi all’orizzonte per farmi appassionare di nuovo alla questione, se so che Melisandre caverà fuori il prossimo trucco dalla manica per togliere le pigne dal fuoco a Stannis (o qualcun altro). Se volevo un cast di pugnalatori alle spalle che scopa tra loro, a ‘sto punto guardavo la trecentesima stagione di Beautiful.
Ma gli intrighi politici…!
…li posso trovare in una qualunque altra serie non-fantasy, da The West Wing a I Medici. Persino la più recente Fratelli Caputo ha una trama di brogli e sotterfugi che manca solo Cersei a spararsi le pose sul gioco del trono (del sindaco, in quel caso specifico).

L’intricato sistema di azioni e contro-mosse dei personaggi è un elemento che di sicuro nobilita Il Trono di Spade per quel che riguarda i personaggi, che agiscono una volta tanto in maniera poco prevedibile, ma non aggiunge molto a quella che è comunque la sua connotazione di “fantasy”, proprio perché non c’è nulla di fantastico, di immaginifico, in un tizio che vuole togliere il trono da sotto le chiappe di un altro. Ed è questo, il perno della trama, senza elementi fantasy sostanziali di mezzo. Persino in Uomini & Donne ritrovo la stessa verve animosa della ruota di Lannister, Baratheon, Targaryen e Gianfilippi della situa, ma sarebbe stato più emozionante vedere il party di pretendenti al trono fare i conti con un’orchessa figlia dell’ultimo re e che dunque vanta molti più diritti di successione di loro, e tutta la questione sociologica razziale ecc. che ne potrebbe derivare.
Ma la complessità dei personaggi…!
Do atto a Martin solo di non aver creato personaggi completamente innocenti. Persino Sansa, a ‘na certa, si stufa di fare la figliola irreprensibile (e fa bene, visto il macello futuro).
Per il resto, vedo solo un mucchio di posers, per dirla in gergo tecnico. Traduzione: un roster di personaggi utili a sparare sentenze molto “quotabili”, da citazioni sul social network o da trascrivere sulla classica pagina di diario. Un esempio su tutti, il repertorio riservato a Tyrion Lannister.
Tyrion dice di essere stato danneggiato e screditato in quanto nano e deforme, è forse uno dei suoi monologhi preferiti, ma non ci vengono mai mostrati gli effetti della sua diversità in relazione alla gente “normale”, eccetto le risposte stizzite di sorella e padre (o patrigno, ma dubito che Martin ci darà nell’immediato una risposta): gli riesce persino una battaglia campale in cui la sua bassezza fisica lo darebbe per spacciato dal minuto zero, e per quanto possa avere un cervello più che applicato, è indubbio che l’autore gli abbia riservato un occhio di riguardo per come il personaggio riesce ad ottenere il rispetto di tutti sempre e comunque, nonostante ribadisca più volte che uno come lui viene destinato allo scherno generale. Non lo vediamo mai messo all’angolo da questa sua condizione, ed essendo una storia fantastica realistica, è tutto sommato una pecca nell’impianto generale.

Quanto alle donne, posers a volontà anche in questo caso. Le protagoniste, quanto meno, sono buone solo a rimediare violenza fisica o scopare ad uopo per mandare avanti la trama, perché sia mai che un personaggio femminile possa sviluppare un percorso narrativo in maniera differente, o peggio ancora autonoma, scollata ‘na buona volta dall’elemento del padre-fratello-marito che l’accompagna o che condiziona la sua vita. Salverei solo Olenna Tyrell, se solo non fosse stata relegata nei personaggi secondari, ma pure nei terziari. (Forse che l’autore stesso temeva il suo potere? Chissà.)

In breve: personaggi complessi quanto volete, ma il tutto mi pare più un The West Wing medievale. A ‘sto punto, potrei ben azzardare che la dicitura “fantasy” è stata piazzata solo per attirare quella grossa fetta di lettori in più che fa girare il mercato.

Ma le scenografie, e la grafica…!
Tra i più basici che abbia mai visto, e da fumettista non ritratto questo punto.
Non c’è un guizzo di creatività nemmeno nella sala del maledetto trono: talmente basica che persino i dothraki non avrebbero nulla da ridire.
Gli unici elementi fantasy rintracciabili qui, sono solo gli alberi del cuore, con una spiegazione messa in piedi talmente alla buona da farli risultare più degli appendiabiti del cuore per quanto siano infine utili alla trama, mentre un refolo di maggior impegno scenografico sembra riservato solo agli ambienti dei Martell, forse perché l’unica casata con un minimo senso estetico e del buon gusto.

Di nuovo: è tutto troppo realistico per poter appartenere a un mondo fantasy – dove sono le torri d’alabastro, i ponti di cristallo magico che se ne sbattono delle leggi della fisica dei materiali, i campi di grano viola perché il terreno su cui crescono è impregnato del sangue delle mille battaglie tra goblin e elfi? Le quattro rocce di Harrenhal sciolte dal fuoco dei draghi non mi bastano.
Questo è un mondo in cui ormai la magia è agli sgoccioli, che ti frega del fantasy?
Perché se mi date un appiglio per credere nell’esistenza del sovrannaturale ma poi non lo fate interagire col resto della storia, mi sento presa in giro.
Il 90% della trama di GOT sono le azioni dei personaggi, alla magia è riservato sì e no uno spazio minuscolo per poter fungere da deus ex machina, in poche parole da paraculo per permettere al protagonista n°45 di superare una difficoltà che altrimenti necessiterebbe di parecchi episodi per poter essere risolta dalle sue sole abilità. In altre parole, il fantasy è sfruttato biecamente per passare da un punto all’altro della trama senza troppi sforzi, altrimenti è rinchiuso dietro una barriera per non essere mai seriamente coinvolto nella storia. Pigrizia!

Ancora: Il Trono di Spade poteva fungere benissimo da storia storica sullo sfondo di un paese immaginario e sarebbe stato valido ugualmente; nessuno si è mai lamentato dell’esistenza del Wakanda o di Latveria nell’universo Marvel, d’altra parte.
E allora scrivilo tu un fantasy!
Con molto piacere, una volta libera dalla mole di studio per la laurea. Sto già raccogliendo idee.
In sintesi: ne Il Trono di Spade c’è un ottimo intreccio di personaggi, ma come storia fantasy manca del tutto di sense of wonder, vale a dire quel senso di meraviglia e di sorpresa che accompagna ogni buon fantasy. Qui c’è un articolo di Gamberi Fantasy, un po’ vecchiotto, ma che secondo me descrive bene il sense of wonder per chi ne volesse sapere di più.
La sorpresa della magia sopita viene promessa nella prima stagione, ma a lungo andare, Il Trono di Spade si focalizza sulla lotta tra casate e gli altri problemi sociali e personali del cast, mentre gli elementi propriamente fantastici di questo fantasy vengono relegati ad angolini sempre più risicati. Il che, appunto, mi ha fatto chiedere perché metterli in mezzo per prima cosa.

Ho recuperato Emerald City per puro caso, e contrariamente alle aspettative infuse dall’hype generale dietro “la rinascita fantasy” quale viene accreditato Il Trono di Spade, quest’altra serie mi ha colpito più in positivo di quanto non abbia fatto la cricca di Westeros.
Emerald City è un retelling moderno de Il meraviglioso mago di Oz, dove una Dorothy ventenne viene trasportata dal Kansas dei giorni nostri in una landa magica, pericolosa e, per la mia gioia, infusa di steampunk, in quanto la magia è stata abolita – o è quel che le streghe fanno credere al mago sul trono – e la scienza e la meccanica regnano incontrastate. Questa è un’ambientazione fantastica, che lascia il passo all’immaginazione, altro che la costante minaccia di draghi e proto-elfi che fanno cucù da una barriera.

La magia, nonostante le aspettative, è viva e presente, e non solo quando c’è da aiutare i protagonisti; parimenti, le invenzioni scientifiche del Mago e del regno tecnologico suo rivale sono un elemento importante del mondo stesso della serie, oltre che una scintilla interessante di diversità in un panorama omologato di draghi, elfi e veleni convenientemente insapori e inodori.
Ma non ci sono intrighi come in GOT! Quanto possono essere profondi dei personaggi usciti fuori da una storia per marmocchi?
Tutti vogliono la testa del Mago: le streghe, il regno confinante con Oz, la Bestia Eterna, persino Dorothy stessa se non trova il modo di riportarla a casa sua. È un gioco al sotterfugio anche nel circolo di consigliere che il Mago si tiene intorno, anche tra le streghe cardinali, anche per tenere segreta la vera regnante di Oz. Persino il personaggio più positivo e innocente della serie arriva a tradire i suoi amici più cari – questo perché il cast è sfaccettato come e quanto i personaggi di Martin. E magari anche meglio.
Essendo una rivisitazione, i personaggi non sono aderentissimi a quelli originali di Baum: parlando solo dei protagonisti del primo episodio, Dorothy è un’adulta e non una ragazzina, e fa l’infermiera in un ospedale moderno; lo spaventapasseri non è un fantoccio di paglia ma un uomo senza memoria; Toto è un cane senza alcun legame con Dorothy come da tradizione, ma un cane-poliziotto che incappa nel tornado che precipita la protagonista ad Oz, e il suo nome viene dalla parola che nella lingua dei munchkin significa “cane” – i Mastichini, o Ghiottoni in altre traduzioni, sono un po’ i dothraki della situa, una tribù libera ma ostile ai nostri, tutt’altro che i ridenti personaggetti cui ci ha abituato il film di Victor Fleming.

E, proprio in quanto rivisitati, ciò che ho apprezzato maggiormente è il twist un po’ dark conferito al cast – essendo del 2017, mentre Il Trono di Spade è del 2011, ha probabilmente mutuato questo aspetto proprio da GOT come altre serie fantasy successive alla sua uscita, ma se cercate personaggi che sanno far funzionare il cervello e non solo le spade, questa serie può accontentarvi.
Se è basato su una fiaba per bambini, allora sicuramente non c’è violenza, non c’è mistero, c’è soltanto un’insulsa morale finale sul volemose be’.
Nel primo episodio di Emerald City, Dorothy manipola a parole una potentissima strega perché si uccidesse da sola. Nel primo episodio di GOT, Bran viene spinto giù da una torre da due personaggi ancora più stupidi di lui. Direi che c’è una bella differenza.
Nessun personaggio è innocente, nemmeno la protagonista, ma non vuol dire che sono una massa di creduloni. Tutt’altro: la maggior parte di loro deve reggere la maschera che si è costruito per vivere, e non esiterà a far fuori il primo che bussa alla loro facciata di gesso per infrangerla, fosse anche un ignaro contadino che chiede un po’ d’acqua. Le streghe sono prese dalla loro trama per riportare la magia al potere, ma anche dai propri dissidi interni; Dorothy, per quanto possa arrivare a fidarsi dei suoi compagni di viaggio, deve tenere la guardia costantemente alta per i pericoli della terra in cui è giunta, e che possono arrivarle dai suoi stessi nuovi amici; per non parlare del Mago e di tutti i segreti che nasconde sotto i suoi capelli…letteralmente, anche.

L’unica morale che pare suggerire questa serie, sembra essere quella di non fidarsi di nessuno. E non credo che un fumetto di Topolino sarebbe ben contento di propugnare una roba simile ai suoi giovani lettori.
Che ti frega delle scenografie, poi? Basta che gli attori siano gnocchi!
Se Ben Barnes fa un monologo introspettivo davanti a un muro di cartone, è un conto; se recita il principe Caspian in battaglia davanti allo stesso cartonato anonimo, mi annoierebbe a morte. Nel secondo caso verrebbe a mancare il contesto e non c’è bravura attoriale o gnoccaggine che tenga.
I set di Emerald City sono dannatamente belli, da catturare l’attenzione tanto quanto le vicende dei protagonisti. Ogni dettaglio è funzionale, serve a rappresentare al meglio l’aura di chi vive in quel posto e quali sono le sue intenzioni: il castello di Glinda e il bordello di West sono assolutamente contrapposti nell’aspetto quanto le personalità delle due streghe che li abitano, mentre il regno di Ev, rivale alla città di smeraldo, è la quintessenza dello steampunk, con macchine, bulloni e rotaie in totale contrasto all’atmosfera medievaleggiante ma anche palpitante di magia che è il regno del Mago.
I set sono anche dannatamente curati: il salone principale del castello del Mago è ricoperto da un VERO mosaico, tanto per fare l’esempio più eclatante, mentre l’iconico sentiero di mattoni dorati è diventata una strada ricoperta di polline giallastro, oppio di papavero, che dà un tocco ansiogeno in più alle avventure dei protagonisti, che rischiano perennemente di addormentarsi lungo la via verso la città di smeraldo, anche col pericolo di non svegliarsi mai più. Lo scenario, dunque, interagisce coi protagonisti, non limitandosi ad essere soltanto una bella parete.
In GOT, le locations sono sfondi…e basta, e tanto valeva far interpretare i ruoli a dei burattini; in Emerald City, i luoghi sono una parte della storia quanto i personaggi.
E poi nel cast attoriale, composto da Vincent D’Onofrio nei panni del Mago e gnoccaggine più o meno varia, c’è Fiona Shaw, che i più giovincelli ricorderanno come zia Petunia nella saga di Harry Potter. Dovunque reciti quella donna, è scientificamente provato che si tratti di un prodotto di qualità. Vedere per credere.
L’unica pecca di questa serie? Che è composta da una stagione sola e che non è (ancora) stata doppiata in italiano. Se siete coraggiosi, questo non vi impedirà comunque di recuperare una storia ‘na volta tanto diversa dagli stampini à la I Pilastri della Terra, per invece una storia che trasuda il fantastico ad ogni episodio, ma che non disdegna rapporti contorti tra i suoi personaggi come tanto piacciono agli affezionati delle Nozze Rosse.
-Hoshiko











