Midori here! Prima di tutto, buon anno a voi lettori. Non so come voi avete iniziato il 2021, ma sia io che Hoshiko l’abbiamo iniziato in un modo un po’… diciamo diverso dal solito.
Vi ricordate del mio precedente articolo dove vi ho parlato di Cells at Work e dei suoi spin-off? Se qualcuno di voi lo ha letto, sa già che ho fatto accenno alla messa in onda che è avvenuta in Giappone lo scorso 9 gennaio. Ciò che non vi ho detto è che l’anime di Cells at Work e Cells at Work BLACK è arrivato anche in Italia. Ebbene sì, per la nostra gioia e per quella dei fan di queste due serie!
L’annuncio ufficiale sulla pagina Facebook di Yamato Video!
Per il 2021 la Yamato Video (nota azienda italiana attiva nella produzione e distribuzione di anime) ha annunciato l’acquisto della seconda stagione di Cells at Work e dell’anime di Cells at Work BLACK – entrambi con gli immancabili sottotitoli “Lavori in corpo” in italiano. La trasmissione delle due serie animate, prevista con un giorno in anticipo rispetto alla premiere giapponese (l’8 gennaio), inaspettatamente è stata spostata al giorno prima. Così il 7 gennaio, dalle ore 17, i fan italiani hanno potuto godere della visione del primo episodio delle due serie, in contemporanea con la messa in onda americana annunciata su Funimation.
Questo commento sotto il primo episodio di Cells at Work BLACK dice tutto.
Dunque. Oggi sono qui per chiacchierare un po’ di questi due episodi. Potrei definire questo articolo non tanto come una “recensione” ma, piuttosto, come una libera “condivisione di impressioni” che cercherà di essere il più possibile imparziale, tracciando un confronto tra le due serie. Perciò mettetevi comodi: questo viaggio non vi parlerà solo delle rispettive trame… anche perché, tutto sommato, per quelle ci sono gli episodi!
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Bernoccolo – Cells at Work (Stagione 2)
L’episodio con il quale si apre la seconda stagione di Cells at Work è perfettamente nello stile dell’intera serie. I momenti comici non sono mancati, alternati a quelli più seri che mettono in mostra il carattere dei personaggi in scena, che non solo sono cellule di un corpo umano, bensì hanno un carattere e – in alcuni momenti – anche una crescita e un’evoluzione personale.
A proposito di momenti comici… nel guardare questa scena, secondo voi come è andata a finire per il nostro germe? Spoiler: non benissimo. :3
In questo caso, vi ricordate delle Piastrine? Tra loro vi è Backwards cap o, come troverete nella traduzione italiana di Yamato Animation, Frontino. La storia di questo episodio che apre la seconda stagione di Cells at Work è proprio la sua: in venti minuti ci viene raccontato il suo percorso di crescita, che porta questo personaggio dall’essere un totale imbranato ad arrivare a guadagnare l’ambita medaglia della sua maestra, la Megacariocita, per il coraggio e la forza d’animo che ha mostrato durante l’incidente del bernoccolo.
Proud mama.
È facile identificarsi nei vari personaggi che compaiono: ciascuno di loro ha delle caratteristiche che li rendono molto più vicini a noi di quanto possiamo pensare. In questo caso è proprio Frontino a rappresentarci: una cellula che si impegna ogni giorno, per diventare sempre più forte e, così, essere d’aiuto alle sue compagne di squadra.
Come avvenuto nella prima stagione, anche questo episodio conferma che Cells at Work non è solo il racconto di una storia leggera e spensierata sulla vita delle cellule ma, allo stesso tempo, può risultare educativa per la vita di tutti i giorni. Valori come l’amicizia e la forza di rialzarsi nonostante le difficoltà predominano in tutta la serie, e sono proprio tali valori a rendere Cells at Work una storia che insegna tutto ciò che c’è di positivo nei rapporti tra le persone che incontriamo ogni giorno, a scuola o sul lavoro.
Morale della favola: mai pensare di valere meno di zero. Se hai una grande forza di volontà, tutto diventa possibile!
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Fumo, batteri, l’inizio della fine – Cells at Work BLACK
Alcune persone che hanno visto questo episodio hanno scritto (giustamente), e un po’ anche per scherzarci su: «Perché non abbiamo visto prima QUESTO e solo dopo quello di Cells At Work?» Pensate che in Giappone questo episodio è andato in onda a mezzanotte. A mezzanotte, non alle cinque del pomeriggio come da noi: questo per farvi subito capire che Cells at Work BLACK non è una serie per coloro che cercano mezz’ora di divertimento con una storia spensierata come quella che ci regala Cells at Work. Vi faccio un rapido esempio. Vi ricordate ancora delle pucciosissime Piastrine che ho citato prima? Ebbene…
Dimenticatevi di teneri “anone anone”, di T Killer che battibeccano comicamente con qualche NK, di Dendritiche a caccia di qualche scena compromettente da conservare nei loro album fotografici e di Eritrociti che si rilassano su una panchina a mangiare glucosio sotto forma di gelato o a gustare dell’ottimo tè verde. No. Cells at Work BLACK è una serie decisamente meno spensierata della sua controparte originale, ma che fa riflettere moltissimo. È la storia delle nostre vite, dello stress che accumuliamo ogni giorno e che (quasi inconsapevolmente, da parte nostra) ha un impatto non indifferente sulle cellule del nostro corpo. Volete conoscere quali sono gli effetti del fumo, di una vita eccessivamente sedentaria e di mancanza di sonno? Cells at Work BLACK risponde a tutto questo, e anche di più: basta guardare già il primo episodio per rendersi conto che, anche se noi apparentementestiamo bene – piccolo esempio: «Ah, che vuoi che sia una sigaretta…» – viceversa le cellule del corpo potrebbero non esserlo affatto. Si può dire che il primo episodio sia il riassunto di ciò che vi aspetta anche nel resto della serie: cadaveri di eritrociti lungo i vasi sanguigni, batteri che parlano per monosillabi (e sì, dimenticatevi anche di germi che riflettono sui loro piani di conquista dell’organismo, perché qui sono molto più crudeli e passano direttamente ai fatti), e cellule che si chiedono quale sia il senso del loro lavoro.
Il significato della serie è racchiuso qui.
Anche in questo caso è facile immedesimarsi nei personaggi, in particolare nel povero protagonista AA2153, un globulo rosso nel suo primo giorno di lavoro che, completamente all’oscuro di ciò che l’aspetta così come i suoi compagni, si trova catapultato in una situazione di lavoro davvero orribile. Basterà la sua determinazione ad aiutarlo ad affrontare le situazioni più difficili, che a volte mettono a rischio non solo la sua vita e quella dei suoi colleghi, ma anche quella dell’intero organismo?
La domanda che chiunque abbia visto prima Cells at Work si sarà posto dopo i primi cinque minuti dell’episodio.
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Tirando le somme…
Già. Cells at Work BLACK non è una passeggiata; tuttavia, rispetto a Cells at Work, ritengo che abbia molto di più da insegnare dal punto di vista umano. Entrambe le serie raccontano di ciò che accade all’interno del nostro corpo, con dettagliati riferimenti scientifici spesso apprezzati anche da dottori e infermieri, e ce lo raccontano attraverso una storia (molto vicina alla nostra) nella quale le cellule antropomorfe sono gli assoluti protagonisti. Se Cells at Work lo fa con un tono molto leggero, in Cells at Work BLACK le tragedie sono all’ordine del giorno. Proprio riguardo quest’ultima serie, credo che abbia una marcia in più rispetto a quella principale: ha il potere di farti seriamente riflettere sullo stile di vita che abbiamo ogni giorno e che ha un impatto non indifferente sul nostro organismo. Spesso ci dimentichiamo che il corpo umano è formato da migliaia e migliaia di cellule, micro esseri viventi che fanno da base e sostengono l’organismo… proprio come se queste piccole unità costituissero un micro-mondo (caratteristica, tra l’altro, sottolineata già da Cells at Work). I temi trattati in Cells at Work BLACK sono molto importanti, perché si concentrano sulle conseguenze di ogni nostra singola azione: accumulare per molto tempo lo stress, fumare eccessivamente nell’arco di una sola giornata, bere troppo… a lungo andare, un organismo sottoposto a tutto ciò potrebbe arrivare al punto di cedere. Se Cells at Work ha fatto da apripista a un interessante ragionamento su ciò che accade all’interno del nostro corpo, con brevi episodi incentrati sull’influenza stagionale, sull’allergia, sui piccoli tagli e così via, con Cells at Work BLACK si è fatto un grande balzo. Da lettrice del manga posso dirvi che il protagonista vivrà di tutto e di più (letteralmente) e ne passerà di tutti i colori mentre voi, attraverso i suoi occhi, continuerete a vedere la crudele realtà che questa cellula vive ogni giorno e se ci sarà qualche prospettiva di miglioramento oppure se la situazione precipiterà drasticamente senza via di scampo. Per il resto sarete voi a scoprirlo. Niente spoiler qui, ok? 😉 Quel che è certo è che queste cellule ce la metteranno tutta, anche se il loro ambiente di lavoro non è dei migliori… come ci mostra la stessa opening!
Fianco a fianco, l’uno che conta sull’altro. ❤
In conclusione vi lascio una piccola curiosità, sempre riguardo Cells at Work BLACK. C’è chi afferma che non si tratta solo della storia di un corpo che ha un malsano stile di vita, ma che rappresenta anche la storia di tutti coloro che, nella nostra realtà, vivono una situazione lavorativa di sfruttamento. La risposta è: assolutamente vero.
«Una storia che darà coraggio a coloro che nel mondo lavorano orari impossibili.» (Minuto 0:44)
Tra l’altro, anche il titolo stesso della serie lo suggerisce. BLACK, in Giappone, si riferisce a una condizione di lavoro impossibile: “black company” (in giapponese ブラック企業, burakku kigyō) è un termine che indica un’azienda dove domina lo sfruttamento dei dipendenti, che sono costretti a fare un sacco di straordinari non retribuiti e sono soggetti ad abusi verbali da parte dei loro superiori. Una situazione molto simile a quella che vivono i protagonisti di questa serie… e chissà se, un giorno, queste cellule riusciranno a vedere con i loro occhi una condizione migliore: la parte finale dell’opening è significativa proprio per questo.
Se tutto ciò che ha vissuto il protagonista resterà solo un sogno o meno… saremo noi a deciderlo!
Gli anni più belli (qui il trailer), come altri film di Gabriele Muccino, ha diviso i cuori, gli animi e i popoli e a me personalmente ha lasciato un senso di confusione generale, perché ‘sti anni più belli non ce li vedo proprio nelle vite dei protagonisti, visto che sono tutti caratterizzati da una serie di sfighe continue che manco Paperino, Paperoga e il buon Sgrizzo, per chi se lo ricorda.
Tanto più che il loro inneggiare alle cose che ci fanno stare bene! lo vedo ancora più senza senso, dato che questi quattro non fanno altro che tradirsi alle spalle e piangersi addosso. E non è uno spoiler, è il trailer stesso a rivelarlo piuttosto chiaramente. Finiscono persino per perdere la [OMISSIS] che li unisce da ragazzini per un coup de théâtre sinceramente gratuito, e considerata la vita che hanno condotto da adulti, forse solo le trincate a suon di rosso o spumante potrebbero annoverarsi nelle cose che ci fanno stare bene!. Annamo bene sì, a ‘sto punto.
Dal punto di vista di uno storyteller qualsiasi, questo film anche bello in potenza – perché ognuno di noi ha il suo cliché del cuore, non negatelo – finisce per apparire sostanzialmente come un grande pastiche di occasioni mancate, un collage di momenti che presi singolarmente hanno un loro perché, ma che nel loro insieme appaiono scollegati, forzati e frustranti, soprattutto: più che gli anni più belli di una persona, questo film ci parla di anni che nessuno di noi vorrebbe mai vivere, data l’ingente quantità di corna, licenziamenti e bagarre in cui incappano tutti e quattro i protagonisti.
Ma andiamo nello specifico, siori, perché sono una brutta bestia, perché sono un’aspirante scrittrice a caccia di lezioni, e questo film è uno degli esempi di come non dovrebbe essere scritta una storia.
Non farò più SPOILER di quanti non se ne intuiscono già dal trailer (linkato in cima all’articolo), ma se masticate già da un po’ il cinema tipicamente italiano, non saranno veri e propri spoiler neanche per voi.
Eravamo sempre gli stessi quattro amici, sempre allo stesso bar. Prossima volta da Mario!
Un film è quanto di più assimilabile a un romanzo: leggendo un libro, con una buona manciata di immaginazione ci costruiamo nella mente un nostro film personale. E alla base di ogni pellicola c’è una sceneggiatura scritta, che presenta altrettanto situazioni e descrizioni – stringate, perché il loro compito è guidare la troupe e gli attori alla realizzazione delle “scene mentali” di cui la storia è costituita. Quindi, si può benissimo interpretare questo film alla stregua di un romanzo.
Un romanzo bruttino, a dire il vero, un reimpasto di cose già viste in salsa leggermente diversa.
Niente contro i remake: se fatti bene, riescono ad essere godibili quanto l’originale, se non di più. Aladdin del 2019 non è il figlio dei Grandi Antichi di Lovecraft, se non si va a guardare troppo il Jafar approssimativo (sigh!); il remake di Netflix dei Cavalieri dello Zodiaco viene massacrato a Fulmini di Pegasus dalla serie originale, e non per un discorso di animazione; e la serie di MacGyver del 2016 ci dà personaggi meno perfettini e irritanti di quelli del 1985.
Lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie (regista tra l’altro del live action di Aladdin), ennesima rielaborazione del detective di Baker Street, è piaciuto un po’ a tutti: perché? Perché ha saputo rielaborare i personaggi già conosciuti, mantenendoli ancora interessanti sia per gli affezionati della saga di Conan Doyle, sia per un pubblico che non conosce Sherlock, Watson e il resto del loro mondo.
Sherlock e Watson in questa saga sono interpretati rispettivamente da Robert Downey Jr. (già Iron Man nel Marvel Cinematic Universe) e Jude Law (protagonista, tra l’altro, della serie The Young Pope).
Gli anni più belli non è un remake, ma è comunque una storia vista e rivista per gli affezionati del cinema prettamente all’italiana: i quattro protagonisti amici d’infanzia, ognuno con un carattere opposto a quello degli altri; i tre ceti sociali standard, con le famiglie problematiche standard annesse; la storia d’Italia dagli anni Ottanta ai Duemila, con tappe obbligate alle rivoluzioni studentesche, le proteste dei sindacati, l’ascesa del Berlusca; le corna, i licenziamenti, le sfighe assortite all’italiana in soldoni. Viste e riviste in qualunque storia nostrana di amicizia quarantennale.
La locandina del film. In origine doveva chiamarsi “I migliori anni”.
Gli anni più belli non aggiunge niente all’industria cinematografica italiana, nel suo essere non un remake e leggermente citazionista. Dal punto di vista prettamente stilistico, è un pezzo di bravura neanche troppo impegnato, un classico con un vaghissimo accenno di estro (ne parliamo più avanti). Dal punto di vista dello storytelling, che è quello che ci interessa di più, non dà neanche la rassicurante sensazione di avere a che fare con una storia a noi familiare ma tutto sommato benvoluta, ma con un capitolo dei Promessi Sposi da analizzare per l’interrogazione del giorno dopo: un mattone, da sbuffare ogni due per tre durante la lettura, che pretende di insegnarci qualcosa nella matassa di lezioncine con cui l’autore infarcisce la sua storia. Anche se quello su Manzoni e la sua opera è un discorso troppo complicato per essere affrontato in questa sede, avete capito dove voglio arrivare.
Il pesce nel labirinto
Non sono una critica cinematografica, e non pretendo il capolavoro da ogni pellicola perché sarebbe impossibile.
Ma conosco le regole base dello storytelling, mi piace farmi immergere nelle storie, e quando becco una storia noiosa, sia essa un romanzo, un film o una canzone, la becco.
E so anche riconoscere i motivi alla base della mia trasformazione in una caffettiera sbuffante.
Ne Gli anni più belli non sono i personaggi a fare cose e a meritarsi i frutti del loro lavoro, ma è il regista che decreta quali azioni faranno i personaggi e quali conseguenze avranno, spesso scollegate dall’azione che le ha generate proprio perché decise “in anticipo” dal loro creatore. È come un burattinaio che finisce per far vedere al pubblico i fili dei suoi burattini, quando invece un bravo burattinaio sa bene che è la prima cosa da assolutamente NON fare.
Uno storyteller ha il compito sì di dirigere i suoi personaggi, ma di farlo facendo in modo da dare loro una certa libertà d’azione, un’apparente imprevedibilità. È ovvio che sia chi scrive la storia a decidere quali direzioni prenderà, ma la sua bravura sta nel non farlo indovinare né ai suoi personaggi (a meno che non sia un’opera in cui il cast ha una certa onniscienza di base) né, soprattutto, farlo indovinare al pubblico da pagina uno del romanzo o dal primo minuto della pellicola.
Anche se difficile, anche se siamo affezionati al nostro cast, dobbiamo farli dubitare, far prendere loro anche le scelte sbagliate: senza ostacoli, senza situazioni che fanno crescere o anche involvere i personaggi, la storia filerebbe liscia come l’olio e perderebbe di mordente. A nessuno piacerebbe leggere le avventure di un pesciolino rosso che nuota in circolo in una boccia di vetro, se la trama finisse lì. Se per una disgrazia della sorte, invece, quel pesciolino incappasse nello scarico del cesso, finisse in mare aperto e si disperasse per trovare un modo di ritornare a casa dalla sua famiglia di umani, avremmo invece il la per seguire le sue avventure. Non sempre il conflitto dev’essere alla base di una storia perché questa risulti interessante, ma anche provando a trovarne una che non ne ha, in narrativa non ci sono molti esempi di storie appassionanti senza alcun ostacolo per i protagonisti. Persino i Promessi Sposi parte da un intoppo, e lo stesso Manzoni ammette che a raccontare la vita serena dei protagonisti al termine delle loro peripezie sarebbe di una noia colossale.
Queste due storie hanno più punti in comune di quanto non si crede.
Ma anche porre i personaggi davanti a situazioni sempre all’estremo, perennemente in bilico tra la vita e la morte, diventerebbe un meccanismo prevedibile perché, pur che forte o originale, lo schema di base finirà per diventare ugualmente uno schema ripetitivo. Se abbiamo intuito dal minuto uno che il protagonista rischia di perdere una gamba ad ogni curva del labirinto in cui è rinchiuso, non ci aspetteremo altro fino alla fine del film, a meno che non riesca a trovare una leva che disattivi le trappole. Anche se queste ultime saranno tutte differenti, se lo schema è sempre lo stesso – il protagonista gira la curva, trappola, il protagonista si salva per il rotto della cuffia – finiremo per saltare pagine solo per vedere se l’eroe riesce ad arrivare o no alla benedetta uscita del labirinto.
La prima stagione del Trono di Spade è generalmente più apprezzata dell’ultima, perché non eravamo ancora abituati al sistema di uccisioni messo in piedi dall’autore. George R. R. Martin non si ferma davanti alle simpatie del pubblico, eliminando nemici, amici e comparse casuali in maniera indiscriminata, seppur calcolata. Ma nel primo arco narrativo questo meccanismo appare come assolutamente naturale, perché nella vita stessa la morte non fa differenza alcuna tra le sue vittime, perché gli incidenti avvengono sia ai buoni che ai cattivi, e spesso i piani di questi ultimi riescono perché non sono progettati da gonzi. Nell’ultima stagione, invece, appare forzato, messo in piedi solo per dare il brivido della sorpresa al pubblico che si aspetta già le morti eclatanti, marchio di fabbrica della serie. E perde dunque non la novità, ma l’originalità e soprattutto l’apparente naturalezza che lo caratterizza.
La narrativa è un gioco di apparenze: noi sappiamo già dal minuto zero che c’è una mente dietro il tutto, che stabilisce cosa succederà da pagina uno sino all’epilogo, ma sta alla bravura di questa mente dietro la macchina da presa o la penna farci dimenticare che ha già deciso tutto lei, e farci godere il viaggio ignari di ciò che accadrà, proprio col desiderio di vedere ciò che accadrà.
Aftershock, film di Eli Roth, si basa sul terremoto in Cile del 2010, ma è un film trash a dir poco, che invece di mostrare personaggi realmente segnati dalla vicenda e come vi reagiscono, sfrutta la catastrofe per mostrare classiche scene di violenza scabra e gratuita, da film di infima qualità. E poco m’importa che Nicolás López, il regista, volesse descrivere una società andata allo sbando in una manciata di secondi: il pubblico vuole la viulenza, gli stupri e i cazzoni ‘mbriachi che rimorchiano in disco! Chissenefrega delle vittime reali del disastro! Dall’apertura del film sappiamo già che piega prenderà ogni singolo personaggio, e non m’importa neppure dell’eventuale basso budget messo a disposizione per la realizzazione di questo film, perché non giustifica la sceneggiatura francamente svogliata.
Padrenostro, film di Claudio Noce e altrettanto ispirato a eventi reali come pure Aftershock, al contrario è più originale di Gli anni più belli: è originale nel suo attuare la visione complessiva dell’evento familiare e dell’evento storico dal punto di vista di un protagonista bambino, comprese le mancanze dettate proprio dai limiti di un protagonista bambino, rinunciando ad un’onniscienza che saprebbe di ridondante. Non rinuncia alla trovata dell’amico simil-Lucignolo, ma non la banalizza, né infarcisce di più pesantezza del dovuto i rapporti tra i familiari, spesso trampolini di lancio per drammoni che sanno ormai di stantio, tra madri apprensive e manesche, padri autoritari e maneschi, e fratelli minori e ingenuotti sotto l’ala di tormentati fratelli maggiori, poi alla fine non così tanto tormentati, semplicemente annoiati. E per questo, da appendere per le orecchie.
Gli anni più belli non rinuncia ai soliti standard, invece, ma come non prova a reimpastarli in salsa diversa, non prova nemmeno a rinunciare ad uno solo dei cliché del caso, ficcandoli tutti quanti nel metraggio limitato della pellicola. Vuole fare tutto e tutto insieme, col risultato che finisce per non fare un bel niente, se non un inutile giro su se stesso, perché già dal minuto uno indoviniamo che percorso di vita faranno i protagonisti, che ovviamente si ritroveranno sul finale. Un po’ come un pesce in una boccia di vetro a forma di labirinto, che percorre sempre le stesse strade solo apparentemente infinite.
Tu, tu, tu e pure tu! (e tu!)
Ogni personaggio dovrebbe volere almeno una cosa, fosse anche uscire dalla propria situazione sociale per salire ad una migliore, per andare sul classicissimo.
È così che funzionano le persone nella vita reale, dopotutto, anche tu che leggi hai una qualche cosa che ti muove: leggerai quella pagina della Divina Commedia stasera, così l’indomani la prof all’interrogazione ti metterà la sufficienza; più tardi andrai a fare la spesa perché se no non hai niente da mangiare per cena e non vuoi dormire a stomaco brontolante; ti spacchi la schiena in sei anni e più di università per arrivare un giorno a curare le persone, perché senti che quella è la tua vocazione.
La motivazione è alla base di ogni personaggio, di quel che fa e di quel che pensa: Voldemort ha paura della morte, ecco perché si reca a uccidere il bambino profetizzato come futuro responsabile della sua fine; la Esmeralda del film Disney è in rivolta contro il sistema sociale dell’epoca perché ingiusto e castrante, e sa che la libertà dev’essere di tutti, non solo di pochi, ricchi, maschi e senza difetti fisici.
Sono le motivazioni a muovere i personaggi, i loro desideri, i loro obiettivi e anche le loro paure; influenzano i loro caratteri, rendendoli nettamente più interessanti, altrimenti se ne stanno a vegetare su un divano e tanto gli sta bene. Che ci fregherebbe di leggere di un Jim Hawkins che ne L’isola del tesoro rimane con la madre, invece di decidere di andar per mare col dottor Livesey e il cuoco Silver? O di vedere Il Gobbo di Notre Dame, se Quasimodo non sceglie di ribellarsi a Frollo e alla sua crudeltà?
Non ci importerebbe niente, perché a nessuno piace un protagonista passivo, mentre tutti seguiamo più che volentieri una storia che si modifica grazie alle decisioni dei suoi personaggi. È molto più esaltante, e gratificante, leggere una storia conflittuale, indipendentemente dal suo epilogo, piuttosto che una in cui non c’è un solo ostacolo e va sempre tutto bene. O peggio, una in cui gli ostacoli ci sono, ma li vedi segnalati dalle quattro frecce e il triangolo luminescente in mezzo alla carreggiata. Che sorpresa ci sarebbe?
I protagonisti de Gli anni più belli non sono passivi. Sono peggio, dei veri e propri burattini. Perché è la trama a muoverli, invece che loro a muovere la trama. E per questo risultano ancora più frustranti che se fossero semplicemente in balia degli eventi, perché potrebbero fare quel qualcosa che smuoverebbe un minimo una trama spicciola già di per sé, ma non la fanno. Sono costantemente sul ciglio di poter fare qualcosa di interessante, ma invece si ritirano nel guscio più sicuro del personaggio standard da classico film drammatico italiano, facendo costantemente finire me sul ciglio di una crisi di nervi, perché non è possibile essere più scemi di così, e invece lo dimostrano continuamente.
Non aspettatevi che mi ricordi come si chiamano i personaggi in sé, altra controprova di quanto questa storia mi abbia annoiata.
In sintesi: Rossi Stuart non ha spina dorsale, Favino è stereotipato a stecca, persino nel suo personale plot twist, ma meno di una povera Ramazzotti che più che compatita, finisce per risultare irritante. Santamaria è l’unico che strappa un po’ di simpatia nello spettatore, forse solo perché i guai che il suo personaggio passa sono più condivisibili dal pubblico medio in sala, idem per la tanto temuta Emma Marrone risultata infine innocua, e che a me personalmente non è dispiaciuta, non avendo recitato come un blocco di legno, anche se pure lei ha una caratterizzazione montata coi mattoncini dei Lego ma con un pezzo fondamentale perso per strada.
Ogni personaggio, o quasi, ricade in uno stereotipo – nulla di tragico come scelta: Pacific Rim ad esempio è un film stupendo con protagonisti pescati dallo stock di stereotipi, ma con una forte caratterizzazione, che parte da una base “conosciuta” e, attraverso le vicende e le scelte, li porta a evolvere in direzioni originali.
Film di alieni cugini di Godzilla e robottoni termonucleari diretto da nientemeno che Guillermo del Toro! Sì, l’ho visto almeno tre volte e sì, ve lo consiglio.
Ma ne Gli anni più belli questi stereotipi, a differenza di quelli in Pacific Rim, non escono dai confini di ciò che ci si aspetta da personaggi del loro calibro: restano sempre gli stessi, dall’inizio alla fine della storia, non importa quanti accidenti capitino loro lungo la pellicola.
Rossi Stuart è il cane bastonato di buon cuore; Favino è il rebel without a cause che una causa la trova infine nel mondo esattamente opposto a quello da cui proviene; Santamaria è il bonaccione sfigato dalla parabola discendente che infine ascende; la Ramazzotti è sfigata quanto gli altri, ma in quanto donna le è preclusa l’autonomia di trovarsi un percorso da sé, affidandosi sempre ad un altro personaggio maschile. Non venite a dirmi che non è così. Solo il personaggio di Emma pare prendere decisioni tutte da sé. Persino i figli dei protagonisti non sono altro che espedienti per far mandare i personaggi principali nelle direzioni volute dal regista: non hanno personalità se non quella di seguire o respingere i genitori, e che sul finale paiano per un istante fare da specchio ai quattro protagonisti non basta a redimerli, dato che è una frazione di secondo pressoché inutile. O forse solo la mia impressione.
Quale che sia, bocciati su tutti i fronti.
Tutto il resto è fuffa
Domanda fondamentale: che cosa tiene legati i protagonisti, tanto da vedersi volontariamente o scontrarsi per altrui decisione nell’arco di quarant’anni?
Sinceramente, non l’ho capito.
Anche qui, le cose vanno così perché “devono” andare così: la scena iniziale in cui i tre ragazzi si incontrano SALTA direttamente a quella successiva delle loro vacanze, senza farci vedere come i tre sono diventati amici del cuore, e lasciando me abbastanza confusa, perché un conto è portare una persona ferita in ospedale, un altro è fare la sua conoscenza.
Cosa spinge i due ragazzi a diventare amici del Sopravvissuto? Lo vanno a trovare continuamente in ospedale perché si sentono responsabili, continuano a sentirsi e vedersi anche dopo che ne esce? C’era anche un quarto, che a una certa prende e se ne va perché si annoia? Non lo sappiamo, perché il regista non ce lo fa vedere: lo dà per scontato, GRAVE ERRORE di qualsiasi storyteller.
Si possono lasciare dei buchi di trama, ma a patto che NON siano FONDAMENTALI.
Da dove nasce l’energia magica nei maghi e streghe in Harry Potter, ci frega poco: sappiamo che esiste, che per gli umani si incanala attraverso le bacchette (parlando soltanto dell’universo dei libri) e tanto ci basta, la saga letteraria si incentra su altre cose. In Ritorno al futuro, la spiegazione del viaggio temporale è assolutamente semplicistica: sappiamo che è certo che si può andare avanti e indietro nel tempo, e tanto ci basta anche qui – a noi non-laureati in fisica, se non altro – per accettare come verosimili le disavventure dei protagonisti. Nessuno sa la composizione esatta del siero del super-soldato che rende Steve Rogers il futuro Capitan America, ma quanto è importante ai fini della storia che la formula chimica sia scientificamente accettabile? Tecnicamente non molto, visto che i buoni impediranno a tutti i costi ai nazisti di replicarla, ed è su questo conflitto che giocano fumetto e film.
Perché gli animali sanno parlare la nostra lingua ne La gabbianella e il gatto? Come fanno a farsi capire dagli umani? Non viene spiegato, ma è un buco di trama che non pregiudica la storia nella sua interezza, perché non è un elemento fondamentale dell’impianto generale.
Quel che viene dato per scontato, qui, è qualcosa che ha al massimo un rigo di spiegazione, ma intanto ce l’ha, e come in un trucco di prestigio riuscito, chi narra la storia ha fatto ben deviare la nostra attenzione sul viaggio dei protagonisti, che al contrario è esplorato in ogni aspetto.
In Pacific Rim – La rivolta, si è voluto retconnare un nuovo personaggio come figlio di un personaggio del film precedente. Ma è un buco di trama grande quanto la fossa delle Marianne, perché stravolge personaggi del primo film che, altrimenti, avrebbero tenuto comportamenti ben diversi; è un espediente che appare senza senso perché non ha appigli precedenti nella trama in modo da giustificare la sua presenza. In altre parole: è campato per aria e manda in confusione sia me, che un worldbuilding già fissato.
Retconnando questo personaggio come figlio sconosciuto e introdurlo al cast originale avrebbe avuto più senso, che vedere i protagonisti che fino al film prima erano completamente ignari della sua esistenza comportarsi invece come se lo conoscessero da sempre, dando appunto per scontato questo nuovo personaggio di cui al contrario non sappiamo un bel niente, né da dove esce fuori, né perché si ritrova in mezzo alla storia. Ho passato una buona mezz’ora a chiedermi se la fede portata dal Marshall al dito fosse un indizio che preannunciava Jake, per poi lasciar perdere del tutto perché non ha comunque un senso.
Gli anni più belli è una carrellata dei momenti salienti delle vite intrecciate dei quattro protagonisti, ma manca dei punti di connessione tra uno snodo narrativo e l’altro, come una videocassetta che va a scatti. Pare più la bozza che solitamente realizzo per le mie storie: contiene i colpi di scena con cui direzionerò la trama, ma questi costituiscono solo un quarto dell’intreccio della storia, ossia l’insieme degli eventi totali (per come vengono presentati dall’autore, e non in ordine rigorosamente cronologico: quello, altrimenti, è detto fabula. Lo preciso solo per amore di pignoleria).
Sui quattro, l’unica storia che mi è parsa sviluppata grosso modo in quasi tutti i suoi aspetti, è quella del personaggio del Santamaria, fatta eccezione per l’epilogo. Certo, si può e si deve tagliare sugli aspetti superflui – l’esempio più ovvio è il non mostrare quante volte i personaggi vanno in bagno o si fanno la doccia: del tutto ininfluente alla storia, a meno che quella volta in cui si recano al cesso questo non salti per aria, o non sia previsto dalla trama che vengano ammazzati mentre si insaponano i capelli.
Ma se mi tagli l’evoluzione dei rapporti tra i personaggi, mostrando solo quando s’incontrano, quando scopano e quando litigano, non mi ci fai affezionare.
Non è fuffa, quella che sta in mezzo a un’urlata e l’altra tra i protagonisti: se non racconti i tuoi personaggi, cosa farai amare al tuo pubblico? Cosa avrai tu da narrare per un’ora e mezza o duecento pagine, alla buona? Molto poco, uno schemino in cui si possono sostituire i protagonisti con chiunque e la storia non cambierebbe di una virgola, perché non c’è una personalizzazione delle azioni. Di fronte a un problema, i protagonisti si comportano tutti e quattro alla stessa maniera, ovvero scappando via o facendosi subissare dall’ostacolo. Per questo non capisco che razza di evoluzione vanno vantando alla fine del film, se non sono cambiati dal minuto uno della pellicola.
Il manga (poi trasporto in anime) Death Note, di Tsugumi Ōba, è meraviglioso da questo punto di vista: nessun personaggio ragiona in maniera identica a come farebbe un altro. Anche perché rischiano la buccia ad ogni capitolo, i veri problemi sono altri…
Caratteri diversi reagiscono in maniera diversa agli eventi – ed è per questo che adoro così tanto il mondo della narrativa, perché è meravigliosamente poliedrico. In una gara di cucina, Nonna Papera preparerebbe un piatto perfetto, Ciccio finirebbe per mangiare gli ingredienti, Paperino scivolerebbe tre o quattro volte e in preda all’incazzatura spaccherebbe lo studio televisivo.
Del personaggio del Santamaria, se non altro, viene raccontato come conosce i suoi futuri migliori amici, la sua futura moglie, il percorso dei guai che passerà. Gli altri tre, al contrario, paiono seguire la regola del “perché deve andare così”: non viene mostrato come prendono le loro decisioni, nemmeno come si innamorano di altri personaggi, è tutto così impersonale e in grado di suscitare così poche emozioni e così pochi dubbi su cosa succederà di volta in volta che posso sostituire i protagonisti cogli ultimi vincitori di Sanremo e uscirebbe ‘na cosa leggermente più divertente perché assolutamente ridicola. Ma la sostanza cambierebbe di poco, perché è veramente poca di per sé.
Sentite: quell’incubo di After ha avuto sia la pubblicazione in cartaceo che la trasposizione al cinema. Non vedo perché non ci meriteremmo una storia trash tutta italiana su due soggetti che si perdono durante un Erasmus.
In conclusione: poteva essere un altro grande classico del dramma all’italiana, ma salvati gli aspetti puramente estetici, risulta più essere un grande riassunto della categoria cinematografica. E lo trovo un peccato, perché a me le canzoni di Baglioni piacciono.
-Hoshiko
La compilation degli [OMISSIS]
Parte assolutamente SPOILER per chi non ce l’ha fatta ad arrivare fino in fondo al film. Io sì, perché con la quarantena avevo un sacco di tempo a disposizione (ma non la voglia di aggiornare questo blog, a quanto pare). Non c’è una funzione per nascondere gli spoiler, o comunque io non l’ho trovata, dunque inserierò uno spazio vuoto gigantesco prima della mia lista di OMISSIS, così chi vuole può salvarsi in tempo.
Questa sarà più che altro una raccolta di mie perplessità in merito a certe scene: se vi va, nei commenti scrivetemi se hanno perplesso anche voi, o magari una spiegazione a quelle che io non riesco davvero a spiegarmi da quale cappello Muccino le abbia tirate fuori.
♪ un ragazzo non può avere la passione dell’ornitologia in Italia e non beccarsi MAI, su due ore di film, la battuta a sfondo sessuale più abusata dai tempi del primissimo cinepanettone. Non è realistico, questo.
♫ i personaggi che fanno da narratori rivolgendosi direttamente al pubblico: non mi è sembrata una scelta terribile, anzi, non la vedo tanto spesso nei film o nelle serie tv, e superati i primi secondi di straniamento risulta anche un espediente piacevole.
Ma ho pregato fortissimamente che non parlassero almeno durante le scene di sesso E INVECE L’HANNO FATTO. PER BEN DUE VOLTE. È in momenti come questi che vorrei esistessero i Men in Black per sparaflasharmi via dalla mente quelle due scene TREMENDE, peccato che la loro esistenza è ancora un segreto governativo.
♪ ripreso da certe angolazioni, il Rossi Stuart pareva avere la stessa pettinatura di Bugo. E non sono più riuscita a togliermi neanche questo felice parallelo dalla testa fino alla fine del film.
♫ il personaggio della Ramazzotti che si dà alla droga: perché? Non viene mostrata la sua vita come misera e triste, anzi, è il suo stesso personaggio ad ammettere che le piace una vita così sregolata (hi Vasco!). Si droga per sopportare un compagno violento? Questa situazione viene sì mostrata, MA molto dopo. Quindi lo fa perché ne ha voglia e basta? La sua giustificazione è «erano anni strani». E la mia risposta a questa risoluzione insipida è meh.
Sarebbe stato interessante, e originale, vedere un personaggio una volta tanto femminile cadere nel tunnel della droga, la miseria contro cui sbatte, e risalirne, ricominciare una nuova vita. Peccato che la faccenda viene liquidata in quattro e quattr’otto con lei che fugge dal compagno manesco e torna a Roma. Mi sa che Muccino non ha visto Requiem for a Dream.
♪ il compagno manesco della Ramazzotti che fine fa? Liquidato anch’esso nel nulla.
♫ che senso ha per il padre del personaggio di Favino essere così spiccatamente ostile verso il figlio? Non ci viene mai mostrato, al che per me non ha senso.
Viene data per scontata la mentalità patriarcale autoritaria di quei tempi. Avrebbe avuto senso se, ad esempio, il figlio fosse stato frutto di un’adulterio della moglie, e quindi odiato dal padre perché costante ricordo di un tradimento. O se non fosse stato suo figlio e basta, ma un aiutante che si prende troppe libertà. Non mi basta quel «a casa mia le cose si risolvevano con la cinghia» per farmi provare pena verso un dramma familiare visto per due secondi.
♪ il progetto di vita che unisce i quattro protagonisti da giovani è riparare l’automobile che poi perderanno anche, ma oltre a questo, perché i quattro sono effettivamente amici? Non vengono visti interagire tra loro oltre che per il personaggio della Ramazzotti e per l’automobile, per cui mi riesce difficile credere che, a macchina sparita, siano restati amici, perché non ho visto che avessero poi molto di cui parlare assieme.
♫ non esiste che un professore talmente impostato come il personaggio di Rossi Stuart venga ascoltato e apprezzato dai suoi alunni.
I suoi monologhi retorici sono giustamente ignorati all’inizio della sua carriera, perché da dei ragazzetti delle medie non puoi aspettarti la soglia d’attenzione di un’aula di conferenzieri o universitari. Ma il personaggio-maestro non si evolve, non lo vediamo venire a patti con l’effettiva realtà degli alunni che gli capitano, ed è perciò fin troppo utopistico il suo finale realizzato. Inutile dire che vedere qualche sua disavventura scolastica in più sarebbe stato interessante e utile allo sviluppo del personaggio. E ovviamente, nisba. Sigh.
♪ il divorzio tra Emma e Santamaria: data la situazione precaria di lui, lei non poteva comunque trovarsi un altro lavoro? Fare l’attrice, anche se in parti minori, mi pare pregiudicasse qualcuno solo all’epoca di Shakespeare. E se sono una coppia relativamente felice, fare a turni per badare al marmocchio non dovrebbe essere un gran trauma per nessuno. O affidare il figlio ai nonni, che pure appaiono. Niente, tutto dramma gratuito.
♫ come ha fatto alla fine il figlio del Santamaria a riconciliarsi col padre? E perché da ragazzo lo detesta, se da bambino manteneva comunque i contatti? Cinque minuti di minutaggio rubati alle TREMENDE scene di narrazione durante le scopate e non sarei andata in confusione, Gabrie’. Ti servivano cinque minuti.
♪ PERCHÉ L’UCCELLINO DOVEVA MORIRE?! Questo è stato il colpo più basso di tutti. Il Rossi Stuart è già abbastanza sfigato con tutto quello che gli capita, poraccio, questa gliela si poteva risparmiare.
Scherzi a parte (più o meno), la scena dell’uccellino che torna dalla Ramazzotti e la scena dei suoi personaggi che risalgono la scala è il pezzo di bravura migliore del film, a mio parere. Finché non gli si piazza davanti il Rossi Stuart con un’espressione talmente monotòna che dal trailer pensavo fosse il marito che l’avrebbe menata.
♫ guardare la tragedia delle Torri Gemelle e pensare alla tipa che vorresti scoparti da ‘na vita rivela soltanto la pochezza sconfortante del personaggio del Rossi Stuart. E mi dispiace per lui.
♪ come pure è sconfortante la pochezza della sua vena creativa: sei un letterato, un sognatore, un citazionista, e come poesia per l’amata te n’esci con un banalissimo «sei tutto per me: il cielo, la terra, l’aria». Tristezza.
♫ per ultima, la scelta di far ripercorrere quarant’anni della storia italiana. Apparentemente una scelta inutile, perché, pur con l’espediente di porre degli spezzoni televisivi come “segnalino” delle varie tappe storiche, forse solo il Mondiale in corrispondenza del ritorno della Ramazzotti è un evento che tocca personalmente i personaggi. Nessuno di loro è coinvolto in alcunché, ma anche per questo la considero una scelta stilistica tutto sommato innocua: il focus del film è l’intreccio delle vite dei quattro protagonisti, innanzitutto, e come per loro, le vite di molti di noi non vengono neppure sfiorate dagli eventi storici, se non dallo schermo di un telegiornale.