Cosa c’è di affascinante, nella scrittura? Cosa ci cattura, in una storia, per non riuscire, manco se ci chiamano a tavola che il pranzo è pronto, a scollare gli occhi e l’attenzione da quelle righe di parole stampate o digitalizzate che possano essere?
Non le due domande con cui pensavo di riesumare questo blog – io, ché Midori avrebbe sicuramente iniziato quest’articolo con qualcosa di molto più intelligente. Ma sono due domande che da imbrattacarte sfaticata – quale il furbo sottotitolo di questo blogghettino (e io e Midori ne andiamo fiere, va detto) – non posso fare a meno di pormi.

E la mia risposta a queste due domande è: non lo so. Da che ho mosso i miei primi passi nel mondo della lettura, non ho ancora la più pallida idea di cosa mi spinga a leggere una storia piuttosto che un’altra, a non mollare un romanzo fino alla fine anche se, dalle premesse, la trama mi farebbe cadere le braccia.
Tempo fa, credevo che la risposta fosse scontata: mi piacciono i romanzi gialli, leggerò solo quelli; mi piacciono le ambientazioni fantasy, scriverò solo di quelle. Ma è andata a finire che, sulla mensola della mia cameretta, accanto ai casi di Agatha Christie e alla saga in mondi paralleli (e qualche porta magica di troppo) di Ulysses Moore si sono aggiunte le storie d’amore di Anna Zarlenga e i racconti dell’orrore di H.P. Lovecraft, e mi sono accorta che nella mia libreria scarseggiano i romanzi d’ambientazione fantastica post-Le lame di Myra. Questo perché in vent’anni le mie abitudini di lettura sono cambiate, una cosa che non avrei mai ritenuto possibile – mi piacciono anche i romanzetti stucchevoli in cui i protagonisti convolano a giuste nozze! Ommioddio! La me novenne mi darebbe un calcio nelle caviglie e correrebbe via terrorizzata – così come, appunto, non avrei mai ritenuto possibile che altro, oltre ad ambientazioni misteriose e omicidi da risolvere, sarebbe mai riuscito ad appassionarmi altrettanto, a tenermi incollata alle pagine di un romanzo fino alle tre di mattina. Ed eppure è successo!

Mettendo sotto la lente d’ingrandimento i romanzi presenti nella mia libreria attuale, a fare un confronto tra quelli che mi hanno appassionata e quelli che ho trovato non particolarmente riusciti – fino ad uno la cui utilità si è infine risolta nel fornirmi un utile supporto per il caviardage – il succo della questione – e la risposta alle due domande con cui ho aperto questo delirio, più che articolo con capo, coda e un corpo ben definito nel mezzo – si può ridurre benissimo a una manciata di fattori, elementi presenti in tutte quelle storie che, su pagina stampata o a schermo, mi hanno tenuta sveglia fino al giorno dopo (con buona pace del mio sonno arretrato). Vediamo quali sono.
- Una trama che regge: dal ritorno a casa dei protagonisti in Viaggio al centro della Terra, al racconto di una vita ne Il rumore dei tuoi passi, passando per una serie di episodi squinternati come in Le avventure della giovane Laura o gli sforzi dei protagonisti per risolvere il caso di Inviato a giudizio, la pagina si volta con piacere. L’avventura epica o ai limiti dell’epico non è il comune denominatore, non c’è sempre una corsa all’ultimo minuto e/o un piano dei cattivi da sventare: che sia ambientata a Shangri-La, nella Londra vittoriana o in mezzo ai Sassi di Matera, alle volte l’avventura consiste semplicemente nel percorrere il tragitto da casa al parco e viceversa – purché tutto ciò abbia un senso. Finché la trama non svirgola nell’esagerato per il gusto dell’esagerazione stessa, o solo per far vedere quanto si è bravi ad inanellare un evento illogico dopo l’altro, finché la logica ha il suo posto – sì, anche in un fantasy – e non mi viene da lanciare il romanzo dalla finestra perché fatto trenta, l’autore o autrice ha deciso di saltare direttamente a quarantadue, sono capace di sciropparmi davvero di tutto. Ma con le dovute eccezioni, relative a:
- Personaggi interessanti: che siano prismi di sfaccettature psicologiche o si fermino al minimo sindacale di personalità, fintantoché ne hanno, di personalità, allora sì che mi sciroppo davvero, ma davvero di tutto. Compresa una serie di romanzi d’amore letti ultimamente, nel segno dei cliché, del genere o del cinepanettone nostrano che siano: se i personaggi mi fanno affezionare alle loro (dis)avventure, e magari mi fanno anche ridere un po’, invece di farmi prudere le mani per la voglia di prenderli a cinquine a due a due finché non diventano dispari, so di avere tra le mani un bel romanzo – magari non il romanzo della vita, ma di sicuro delle pagine nella cui compagnia trascorrerò dei bei minuti. Le protagoniste dei romanzi di Anna Zarlenga, per esempio, non devono sempre fare una corsa per buttare l’Unico Anello nella caldera del Monte Fato, al massimo avranno da recuperare l’anello di fidanzamento finito per errore nello scarico del lavandino, così come per Miss Marple è improbabile che trascorra un giorno di totale relax nel suo villaggetto di St. Mary Mead senza che succeda una qualche disgrazia: chiunque può essere protagonista di queste trame – chiunque può affrontare il più potente mago di tutti i tempi o il gatto di mammà che non vuole farsi il bagno – ma la storia più particolareggiata del mondo, la più ricca di colpi di scena e indizi impensabili, non vale una cicca se chi legge è costretto a sorbirsi una sagoma di cartone che, per cinquecento pagine e passa (o anche meno), non fa mai niente che risulti anche solo remotamente interessante. Elizabeth Bennett sarebbe una protagonista così iconica, così memorabile, senza la sua risolutezza d’animo che arriva anche a cacciarla nei pasticci? Levate orgoglio e pregiudizio dall’omonimo romanzo e avrete un manuale del galateo. Non esattamente la più emozionante delle letture, almeno per i miei gusti…
- Un’idea. Punto e basta. Che detta così è il più grande ma va’?! del mondo della narrativa, ma il succo è questo. Hai un’idea? Si vede. Non hai un’idea? Si vede, e pure peggio! Perché il romanzo risulterà non avere capo né coda, un’accozzaglia di roba messa insieme solo per arrivare a un tot di pagine, rendendo la storia solo la pallida parvenza di un vero e proprio romanzo, se non l’ennesima sciacquatura di piatti di mille altre che sono venute prima. E addio trama interessante, personaggi interessanti, e quanto detto nei due punti di cui sopra, se ci si accomoda sulle scopiazzature senza fantasia, senza ingegno, senza neanche mettere un po’ di amore in quel che si sta scrivendo. L’idea mette in moto la trama, l’Unico Anello che va ancora a zonzo, un caso di omicidio apparentemente semplice in un comune apparentemente tranquillo della Sicilia, e la trama mette in moto i personaggi, possano essere l’eroe più improbabile che la Terra di Mezzo abbia mai visto o un commissario dall’appetito insospettabilmente vasto. I romanzi polizieschi, già solo per fare quest’esempio, sono stati scritti in numerosissime declinazioni, più o meno riuscite, ma s’è visto quando, a fronte dello stesso caso da risolvere – furto, omicidio o rapimento – c’è chi ha saputo declinare la stessa zuppa in maniera interessante e/o diversa. La saga di Millennium sarebbe così interessante, se al mix già letto e riletto di giornalista ficcanaso e famiglia ricca&complicata non fosse stata aggiunta una hacker punkettona e con un bel carico di misteri al proprio riguardo?

Da ciò, il terzo interrogativo che mi tiene sveglia la notte (tanto, con questo caldo, chi dorme più. Meglio leggere!) e che, in un certo senso, è quello che mi darebbe finalmente una risposta: sono i personaggi, a trainare una storia? O è la trama, la storia in sé, che tiene incollati i nostri occhi alle pagine, a dispetto dei personaggi, dell’ambientazione e del resto degli orpelli narrativi? E basta una buona idea a creare un buon romanzo? Di certo, so che tutto questo è più di una terza domanda e basta.
Dato che il romanzo perfetto non esiste – al massimo, esistono una o più storie perfette per il cuore di ognuno di noi…e con una frase da film Disney mi salvo in corner, almeno spero – posso solo supporre che la ricetta giusta per una buona storia – e non per una storia di successo, ché da tempo immemore vengono scritte, pubblicate e portate agli onori di stampa, se non del canone della letteratura nazionale e internazionale, sia buone opere che boiate galattiche – possa essere un mix di tutt’e tre questi elementi – personaggi un minimo interessanti, trama con un senso, un’idea alla base del tutto – in combinazioni che, dai e dai, includendo anche qualche inciampo nel percorso, possano condurre ad una storia che si fa leggere, che si fa amare, e di conseguenza che si fa anche ricordare.
-Hoshiko